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Primo piano Cronaca

 cuzzo

di ANDREA CUZZOCREA* – (Riceviamo e pubblichiamo) Caro Direttore, la disamina proposta da Giusva Branca, direttore di Strill.it, sullo stato in cui versa la città di Reggio Calabria e, più in generale il territorio calabrese, che lei ha ripreso sul suo giornale on-line, con estrema onestà intellettuale, è assolutamente condivisibile.

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FRANCESCO CELLINI - Chi scrive è il CTP, il perito di parte che opera nel processo Maglio 3 a difesa del signor Bruzzaniti Rocco, ma in primis per contribuire ad arrivare alla verità che sia poi di colpevolezza o di innocenza e questo certamente sarà poi competenza del magistrato che è in assoluto giudice terzo come in ogni processo,sia esso di abuso edilizio che di omicidi!

di IGOR GREGANTI* - ''Delinquenti abituali'' che, dopo aver scontato la pena, dovranno restare in una struttura penitenziaria a lavorare per tre anni. Sono Francesco Valle, anziano 'patriarca' di 74 anni, e suo figlio Fortunato, presunti boss della omonima cosca che per anni, secondo l'accusa, ha tenuto 'sotto scacco', tra Milano e Pavia, tanti piccoli imprenditori con i classici metodi mafiosi: usura ed estorsioni.

 PRECARI

di PIERANGELA RADDI -La Riforma Fornero è ormai legge dello Stato, e – a modo suo, fra lacrime, sentenze e smentite, – interviene sulla questione del lavoro. Con coscienza? Mah.

Sa il Ministro – con le sue schiere di tecnici, politici e commentatori vari – che i “giovani” di cui tanto si dice tali non sono più? Che sono molti, troppi i lavoratori precari over 29 che dell’apprendistato non sanno cosa farsene? Che i lavoratori in difficoltà non sono solo donne? Che gli under 50, soprattutto in alcune zone del Paese come la Calabria, lungi dall’averlo perso il lavoro, spesso non l’hanno mai trovato?

 paolo

di AGNESE BORSELLINO - Carissimi giovani, mi rivolgo a voi come ai soli in grado di raccogliere davvero il messaggio che mio marito ha lasciato, un`eredità che oggi, malgrado le terribili verità che stanno mano a mano affiorando sulla morte di mio marito, hanno raccolto i miei tre figli, di cui non posso che andare orgogliosa soprattutto perché servono quello stesso Stato che non pare avere avuto la sola colpa di non avere fatto tutto quanto era in suo potere per impedire la morte del padre.

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di ADELE CAMBRIA - Caro Aldo, è il dato anagrafico che ci condanna! Tu sei più giovane di me, ma non abbastanza giovane per ignorare che il “colossale polo siderurgico” di Gioia Tauro non fu mai costruito, come afferma invece con disinvoltura Lirio Abbate, nell’inchiesta intitolata “Delitto d’onore. Venti donne assassinate dalla ‘ndrangheta”, lanciata sul numero dell’Espresso in edicola lo scorso venerdì, con l’onore (scusa la ripetizione) della copertina. Noto, en passant, che alla donna seminuda in copertina, viva o morta che sia, questo settimanale che si dichiara” di politica cultura economia” non rinuncerà -immagino- fino alla fine del mondo.

Ma torniamo al deficit (anagrafico) di memoria del collega probabilmente giovanissimo. Eppure sono i giovanissimi che navigano su internet, la dove noi -o almeno io- ci arrabattiamo, ma dove alla fine si trova quasi tutto. Il tema dell’inchiesta di Lirio Abbate è il “femminicidio” specifico, operato dalla ‘ndragheta, sulle proprie donne: che nonostante la modernizzazione finanziaria e cosmopolita conquistata dalla criminalità calabrese negli ultimi due decenni, rischiano la pelle alla pari delle vittime dei maschi delle famiglie degli immigrati (non tutti,per fortuna), come accadde a Ina, la diciannovenne pachistana uccisa appunto dal padre e dai fratelli e sepolta nell’orto della casetta dove la famiglia, benvoluta e rispettata dai vicini, si era stabilita; e come continua ad accadere alle adultere lapidate qua e là nel mondo islamico…

Benissimo scegliere quest’argomento per l’inchiesta de “L’Espresso” (Magari io avrei provato a cercare qualche testimone diretta, a ottenere una intervista più palpitante di un verbale giudiziario, ma io sono, appunto, una cronista all’antica…)

Eppure una domanda la voglio fare al giovane collega: quel dettaglio del “colossale polo siderurgico” di Gioia Tauro non se lo poteva risparmiare? Non mi sembra che tra le vittime ce ne sia stata qualcuna della località in cui il polo non sorse mai!

Non è colpa mia se ho una memoria scolpita in flash irriducibili di quegli anni 70-71 a Reggio Calabria e dintorni. L’illusione, il sogno, la mistificazione del V° Centro Siderurgico, coi suoi 7000 posti di lavoro (7000 operai a Reggio e provincia, “operai veri”, non braccianti tuttofare), non poteva non inebriare tutti quelli ancora inchiodato alla vulgata -di cui Carlo Marx non può essere accusato- della “rivoluzione industriale” come premessa e promessa della Rivoluzione tout-court.

I compagni di Reggio erano in buona fede, quelli di Roma non saprei, certo che coraggiosamente Pietro Ingrao il 9 agosto 1970 in piazza Duomo, protetto dai celerini, dovette affrontare –ricordo uno tra i tanti cartelli- “I compagni di Sambatello” che chiedevano “al compagno Ingrao” perché a Reggio non si poteva riconoscere l’identità di capoluogo, peraltro scritta, si diceva, nei libri della scuola elementare dal 1870…

Fino al 1971 la provincia di Reggio sul versante tirrenico fu presidiata dai carri armati. Poi incominciò la distruzione degli ulivi secolari di Gioia, un sipario verde contro il mare blu, un paesaggio che noi emigrati ci portavamo negli occhi e nel cuore, ad ogni ritorno nelle “metropoli” dopo le vacanze. Una spoliazione, vale la pena sottolinearlo, che arricchì un nobile proprietario terriero, retribuito generosamente dallo Stato, ed al quale -sembra- fu poi restituita parte della terra… Per decenni poi il porto di Gioia Tauro, un rettangolo sghembo, non collegato né da strade né da treni, servì agli appassionati di tiro al bersaglio, si ritrovavano le cartucce, sul terreno desolato. E sul molo.

Il resto della vicenda è noto. Soltanto nel Duemila nacque quello che fu definito il porto per containers più importante del Mediterraneo. (Io feci un servizio televisivo nel 2002 per RaiSat Almbum, nell’ambito di una trasmissione intitolata “Trittico meridionale”, arrampicandomi sui tralicci insieme al sindacalista Cuzzaniti).

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