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di ANTONIO CALABRÒ* - Il teatro era colmo come nelle grandi occasioni: una folla di gente entusiasta, sia di Reggio che della provincia ; dallo Jonio al Tirreno, tutti insieme, uniti in un grande ballo collettivo, in un autentico Peana di Ellenica memoria, in una corale e propiziatoria danza di felicità.

Il ritmo della Tarantella, rielaborata con grande perizia dai due maestri calabresi, ha coinvolto ogni partecipante, senza distinzione alcuna: dai palchi alla galleria per l’intera serata si sono svolti balletti improvvisati, l’entusiasmo crescente era tenuto a bada dai malcapitati pompieri addetti alla sicurezza, le mani levate in aria e i passi del ballo rendevano la moltitudine un solo, unico, appassionato insieme di ritmo e di gioia sfrenata.

Mimmo Cavallaro e Cosimo Papandrea, tutti i musicisti impegnati, la splendida trascinatrice ballerina Giovanna Scarfò, in un crescendo di emozioni hanno regalato una serata fantastica ad un pubblico dagli occhi lucidi e dal sorriso radioso.

In occasioni come queste si scopre l’importanza e la bellezza delle proprie radici, e ne scaturisce una grande sensazione di appartenenza che rende ognuno fiero e orgoglioso di essere ciò che è: orgogliosi, felici e fieri di essere calabresi, in questo caso.

Il concerto è stato in progressione, con un coinvolgimento crescente; il cantore reggino Otello Profazio ha suonato e cantato col duo, poi, con ritmo sempre più forsennato, i musicisti hanno conquistato il teatro che a un certo punto rimbombava di tarantella. La ballerina scalza con le sue movenze antiche da Sibilla divinatrice invitava all’imitazione, e nessuno si è fatto pregare: ballavano tutti, vecchi e giovani, uomini e donne, bambini e ragazzi.

Quando una donna calabrese balla la tarantella, con quel sorriso allusivo e gioioso che le si dipinge naturalmente in volto, diventa, e mi perdonino le altre, la donna più bella del mondo; le movenze ritmiche la trasformano in una creatura antica, uscita direttamente dalle pagine dell’Iliade, diventa Penelope e Afrodite, diventa un motivo plausibile per dire la vita è bella, diventa graziosa, tenera, sensuale, romantica, feroce, forte, radiosa, diventa felicità incarnata. E gli uomini impazziscono. Per tutta la serata questa magia del ballo ha imperversato sul teatro, come un prodigio.

L’apice si è raggiunto quando i musicisti hanno lasciato il palco e sono scesi in platea al ritmo del tradizionale Ballo di San Rocco di Gioiosa Jonica (che qualche scriteriato vorrebbe abolire; sono quelli che non comprendono, sono quelli che vogliono un popolo sottomesso, sono quelli che odiano il ballo perché odiano la sensualità e la gioia della vita). Una danza ipnotica e febbrile, un Peana atavico, una liberazione e una esaltazione. Un ritorno alla terra, ai riti propiziatori, alla natura stessa dell’uomo. Il Ballo è letteralmente esploso tra la felicità di tutti, rendendo il momento indimenticabile.

Quando il concerto è finito, passato lo smarrimento dell’estasi danzante, abbiamo provato tutti la grande gioia di essere calabresi. Questo popolo vituperato e offeso da secoli, che deve ritrovare l’orgoglio, il senso d’appartenenza, la forza e la voglia di risorgere. Ci siamo ritrovati stanchi, quasi spossati, ma felici di essere calabresi. E questo è stato il grande regalo che Cavallaro e Papandrea ci hanno fatto. Gliene siamo grati.

*scrittore

tara1

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