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slorenzo 

di ANTONIO CALABRÒ* - Trent’anni fa. Vestiti, automobili, musica, usi: tutto così diverso da appartenere già alla storia. Ma l’immutabile rito della pasquetta, la gita fuori porta del lunedì successivo alla Pasqua, in auge come sempre.

I giovanotti entusiasti che prendono a calci un pallone già alle prime luci dell’alba; perché si doveva partire presto, altrimenti s’incontrava traffico; ma poi, aspetta-aspetta, si partiva sempre all’apice dell’esodo: ed era sempre la ragazza più bella quella che bloccava la carovana, lei, la ritardataria cronica.; o quello che suonava l’indispensabile chitarra; o quelli che dovevano portare la pasta al forno.

Verso la costa Jonica. L’immutabile traffico fino almeno a Lazzaro. Poi, da Capo D’Armi in poi, il fiume di auto si trasformava in ruscello. Superato Melito, in rigagnolo.

Marina di San Lorenzo. Il mare, con quell’azzurro lucente, con quell’azzurro levigato, trasparente ma solido, potente ma bonario, accoglieva i visitatori inondandoli di profumo.

Si entrava in paese nella parte detta “Lo stabilimentoâ€: case costruite per i lavoratori della colossale fabbrica dei primi del 900, produzione di laterizi poi trasformata in falegnameria, che ancora oggi occupa una vasta porzione di terreno. Abbandonata, desolata, ricca di piante di capperi e di fantasmi.

Svoltare a destra, discesa per il mare. Strada sterrata e polverosa. Due giganteschi alberi di more. Sosta, per trovarne qualcuna matura. D’Estate producevano more grosse come un dito. Rosse e succulente e dolci come la gioventù; gli orecchini della dea Hera, come racconta Omero. Due alberi che troneggiavano ai bordi della strada che portava a mare. Abbattuti qualche anno dopo, con sapienza tecnologica e slancio civile. La sosta obbligatoria dei giovani di allora. Niente soste per gustare frutti che non appartengono a nessuno, nel brillante mondo contemporaneo.

Passaggio a livello senza sbarre, ma chiuso con cancello e catenaccio; niente automobili a mare allora, se non facendo un largo giro. Piccola stazione ferroviaria presidiata da un manipolo di ferrovieri. Oggi la stazione è vuota, silenziosa e triste. Allora era un avamposto della civiltà. Il passaggio a livello automatico regola il traffico, d’Estate ci sono gli ingorghi. È la civiltà, bellezza.

Si parcheggiava e si scendeva a mare a piedi. Colorati, caciaroni, allegri, belli: ragazzi. Nessuno aveva l’obbligo di telefonare. Gli unici cellulari di cui si conosceva l’esistenza erano quelli di Star Trek. In paese c’era un telefono a scatti in uno dei due bar-alimentari. Ma era usato raramente.

Per arrivare alla spiaggia si passava attraverso una lunga fila di pini marittimi, con tanto di piccole pigne che cadevano sulla testa dei soliti sfigati. I prati erano esplosioni di colori: margherite, camomilla, papaveri a milioni. Profumo di primavera in riva al mare. Oggi ci sono file di case in stile lager. Villaggi, li chiamano. Cemento a cubi. E giardini artificiali.

La spiaggia era gigantesca. La parte superiore, appena sotto un velo di sabbia, era di creta. Vera. Argilla, che veniva via a pezzi grossi come mattoni, e la potevi lavorare e trasformare in statuette votive. Almeno cinquanta metri così.

Poi veniva la grande duna bianca. Sabbia fine che formava una discesa, poi una salita e poi ancora discesa verso il mare. Almeno altri settanta metri. Quindi la battigia di pietrisco, sembrava argento ma erano pietre.

Il mare immobile formava un lungo argine di onde piccole come cuccioli. Il sole trapassava l’aria profumata e infondeva felicità. Partite a calcio, canzoni stonate con chitarre scordate, i più coraggiosi in acqua in mutande. Gli innamorati si guardavano negli occhi sospirando, con in cuore parole grandi come “eternitàâ€.

La Pasquetta volava sempre. Le ore erano attimi e la giornata durava pochi minuti. Si giocava alla bandierina. A palla avvelenata. Qualcuno si appartava a pomiciare. Dopo pranzo i più adulti tiravano fuori le sigarette. Le ragazza s’impegnavano in discorsi misteriosi che interrompevano non appena un maschietto si avvicinava. Ridevano, e quel sorriso era come il sole.

San Lorenzo era come l’isola di Laguna Blu, un film che andava forte. Era il ritorno alla natura primordiale. Era l’incanto della vita, era l’emblema della bellezza selvaggia della Calabria. Era Laguna Blu e tenerezza, sogno e realtà , desiderio e felicità. Era la gioventù bella e spensierata e speranzosa.

Pasquetta a San Lorenzo era una meraviglia semplice, una esotica fuga fatta in casa, un sogno realizzato in poco più di trenta chilometri. Bella come una giorno di Primavera, e perduta nel maledetto precipizio in cui è caduta tutta la civiltà occidentale.

Si tornava a casa, la sera, e sembrava d’essere stati in un sogno.

*scrittore. La foto che accompagna il servizio è tratta dall'album dell'autore su Fb.

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