
di MARIO FABRIZIO DE PASQUALE - Se vale il concetto per cui il caso è un elemento importante nella vita di ognuno, ciò lo può essere ancor di più se il campo in cui ti muovi è quello musicale. Il caso, e questo va da sé, da solo non può bastare, ma può aprire risvolti fino ad un attimo prima inaspettati.
Da una chiacchierata con Amaury Cambuzat, leader degli Ulan Bator, storica formazione musicale francese che fonde da vent'anni post-rock, krautrock e new-wave, scopriamo che fu anche il loro nome (oltre ad un’amica parigina in comune) ad attirare le attenzioni del Consorzio Suonatori Indipendenti: ‹‹C’era una ragazza molto amica con alcuni di loro già dagli anni ’80, fin dai tempi dei primi Litfiba. Ci fu l’occasione perché arrivasse ai CSI, attraverso lei, il nostro secondo disco, proprio mentre cercavano una band di supporto per delle date del tour Tabula Rasa Elettrificata. Ferretti - ecco il caso - era da poco rientrato da un viaggio in Mongolia e quindi il nome del mio gruppo coincise perfettamente con la sua inspirazione del momento››. ‹‹Gli piacque il nostro progetto – prosegue Amaury - e da Parigi andammo a Roma per far d’apertura al loro concerto al PalaEur. Fu un successo, e restammo con loro per tutta la durata del tour››.
E’ noto il legame degli Ulan Bator con l’Italia. Un rapporto che si rifà agli inizi della loro carriera, ma che è proseguito anche successivamente, con Gianni Marroccolo, ex CSI e Litfiba, per diversi anni loro manager e produttore. ‹‹Fu proprio Marroccolo – racconta Amaury - che ci permise di realizzare nel 2000 Ego:Echo, il nostro quinto album. Da quel momento le nostre strade si sono separate, ma non manca l’occasione di ritrovarci in giro››.
Aprire a diverse contaminazioni musicali, collaborando con diversi artisti, sembra una piacevole costante all’interno del loro progetto. Ancora italiane sono le collaborazioni con i due Massimo Volume, Egle Sommacal e Emidio “Mimì” Clementi; ma poi ancora Robin Guthrie (ex Cocteau Twins), e soprattutto i Faust, band alla quale gli Ulan Bator sono stati spesso accostati dalla critica internazionale, e con cui possono vantare la partecipazione ad un tour mondiale. ‹‹Anche nella scelta dei musicisti con cui collaborare, tutto è frutto del caso, dell’azzardo››, prosegue Amaury.
E il caso, ritorna nella sue parole quando dice di credere molto alla commistione di eventi: ‹‹Se qualcosa deve avvenire, allora avviene, e ciò che succede crea altre situazioni. E’ un po' come scrivere un libro a mano libera, ti lasci portare avanti dall’intuito. Guardandomi indietro, posso ricordare le esperienze con certi musicisti – spiega - , ma se fossi nato in America, ad esempio, i nomi da citare sarebbero stati altri. Ogni storia assume un senso dopo averla scritta, come in una logica a posteriori che prende forma a progetto concretizzatosi››. Ed è andata proprio così anche con i Faust, racconta ancora, ‹‹li abbiamo incontrati dopo l'uscita del loro album Rien, prodotto da Jim O'Rourke. Ho iniziato a scrivere in francese dopo avere sentito Ecoute le poisson / Listen to the fish. L'impatto è stato così forte che non potevamo non collaborare. Si tratta di magia del caos. E’come se tutto fosse interconnesso. Non abbiamo fatto più di tanto per arrivare a loro. Come per tutte le altre cose che ho voluto nella mia vita. Basta aspettare che avvenga qualcosa, che la ruota giri››.
Tohu-Bohu è del 2010 ed è il loro ultimo disco. E’ un album importante, che segna per loro un ritorno alle origini. Arriva dopo una raccolta di materiale inedito, Ulaanbaatar, e un ep, Soleils. E’ un lavoro che prende forma ‹‹dopo quasi tre anni di riflessione, in cui mi sono fermato, - dice - per poi riprendere con l’arrivo di due nuovi musicisti: Rosie Westbrook, contrabbassista australiana che collabora da anni con Mick Harvey (ex Nick Cave and The Bad Seeds); e James Johnston (anche lui ex Bad Seeds e oggi Big Sexy Noise a fianco di Lydia Lunch). Poi, per impegni in altri progetti e per la distanza non da poco, Rosie si è allontanata dalla nostra formazione; subentrando nella line-up il bassista Stéphane Pigneul».
Tohu-Bohu è un disco di respiro internazionale, lo si intende dal fatto che è stato lavorato spostandosi tra la Francia e Londra, il Marocco, l’Italia e gli States. Una scelta dettata da esigenze pratiche, vivendo tutti in posti diversi. ‹‹Abbiamo voluto sfruttare questa condizione, apparentemente scomoda, - racconta - cercando di trarne il meglio. Credo che da una situazione complessa possa venirne fuori una idilliaca››.
Amaury, che ha la passione per il viaggio e ama confrontarsi con culture diverse, confida di ‹‹soffrire parecchio il ritorno a un certo protezionismo, soprattutto quello dell’ultimo decennio, perché mi sento cittadino del mondo e spero che questa condizione dell’animo sia condivisa da quante più persone possibile››. E risulta questa la chiave di lettura adatta per leggere il loro ultimo lavoro, un album al cui interno non mancano influenze assai eterogenee, agevolate dallo spirito dei componenti della band e dalla loro provenienza diversa. Sul punto, Amaury non si lascia sfuggire una battuta: ‹‹Se si guardano i componenti della band per Tohu-Bohu sembra l'introduzione a una barzelletta: c’erano un inglese, un italiano e due francesi... Credo nel miscuglio di culture, così come credo da sempre in un concetto di Europa, purché autentica, e non quella di oggi regolata dalla influenza delle banche, ma un Europa ben salda, con le diverse identità come ricchezza››.
Non manca un accenno al live, e alla condizione del musicista di oggi: ‹‹Con le difficoltà che vive il mercato discografico, il live rimane l'unico modo per un artista per poter vivere del proprio lavoro, perché la sola vendita dei dischi non è più sufficiente››.
Ancora a proposito di Tohu-Bohu, il titolo si rifà a un modo di dire francese che sta per “gran confusione”. Una confusione ‹‹che sarà sempre di più confusione››, ammette Amaury Cambuzat. ‹‹Mi accorgo che più vado avanti e meno certezze ho. Sono determinato, ma lascio sempre un posto a l'incognito. Una farfalla batte le ali e dall’altra parte del mondo c’è un terremoto, questo è il mio modo di vedere le cose. L'ordine rimane un'utopia umana, un punto di riferimento per vivere meglio con l'illusione di poter controllare le nostre vite››.
Una sorta di teoria del caos muove anche i testi dell’ultimo album, dove i temi trattati sono incentrati sulla difficoltà dei rapporti interpersonali e sulle problematiche generate dal web e dai social network. Amaury, pur riconoscendone le potenzialità enormi, guarda la rete con diffidenza. Sui social network, infatti, emerge un certo scetticismo: ‹‹Sono di certo utili per promuovere eventi, come nel nostro caso, ma non credo che facciano bene ai rapporti umani. Anzi, sono pericolosi. Meglio avere cinque amici veri, che duemila finti››. Nel brano newgame.com, traccia di apertura del disco, c’è la denuncia verso un potere che la rete accorda agli utenti: quello di esaltare o distruggere i propri idoli, pareggiandosi ad essi e dimenticando il loro ruolo originario, che resta – a dir di Amaury – quello di far sognare. Come se «bastasse avere una chitarra per diventare un chitarrista. Non ho deciso di fare musica perché hanno creato myspace o facebook, lo faccio perché per me è vitale e lo farei anche se fossi su un’isola deserta».
Avere un occhio critico, insomma, può salvarti dalla giungla.
Amaury Cambuzat e i suoi Ulan Bator suoneranno a Reggio Calabria questo sabato, presso la Locanda I Tre Farfalli. 