L’INTERVENTO. Ecco com’è stato smembrato il privilegio del sistema sanitario uniforme in Italia

L’INTERVENTO. Ecco com’è stato smembrato il privilegio del sistema sanitario uniforme in Italia

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Ci sono vari motivi per ricordare il 1978. E’ stato l’anno più significativo nella non breve e assai tragica vicenda del terrorismo in Italia, con il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro, la pagina più fosca della storia della Repubblica, almeno sino al Febbraio scorso, quando si è materializzata l’epidemia di COVID, la malattia causata da un nuovo membro della famiglia dei Coronavirus.

Ma il 1978 è stato anche un anno storico per il welfare italiano, con il varo della legge n. 180, per la riforma dell’assistenza psichiatrica, della legge n. 194, per la tutela sociale della maternità, e soprattutto delle legge n. 833 istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale. Il Prof. Walter Ricciardi ricorda, nell’introduzione a “1978-218: quaranta anni di Scienza e Sanità Pubblica, la voce dell’Istituto Superiore di Sanità” come “da quel momento l’Italia si proiettava tra le nazioni più avanzate del mondo per i livelli di assistenza erogati alla propria popolazione”. E assai di recente, in piena emergenza COVID, il Prof. Remuzzi, nella discussione di un suo rilevante contributo scientifico pubblicato dal prestigioso The Lancet, scriveva che “dal 1978 l’Italia ha il privilegio di avere un Servizio Sanitario Nazionale”.

Che cosa è stato fatto in 40 anni di questo autentico privilegio? E’ stato smembrato in 21 Servizi Sanitari Regionali, con la conseguenza di una disparità di quantità e qualità delle prestazioni, che contraddice palesemente uno dei criteri fondanti del Servizio Sanitario, ovvero l’Uniformità di tali prestazioni per tutti i cittadini di tutte le regioni. E la disparità di prestazioni genera, tra l’altro, la mobilità sanitaria interregionale, con le regioni con prevalente mobilità passiva regolarmente punite con una ridotta disponibilità di risorse da parte del Fondo Sanitario Nazionale. Da anni è emerso lo squilibrio territoriale degli investimenti in Sanità, nuovamente con una penalizzazione delle regioni del Sud dell’Italia. E che cosa dire del definanziamento sistematico di questo autentico pilastro della civiltà sociale?

Un report dell’Osservatorio GIMBE (Gruppo Italiano per la Medicina Basata sull’Evidenza), pubblicato nel 2019, riporta come nel decennio 2010-2019 “tra tagli e definanziamenti  al Servizio Sanitario Nazionale sono stati sottratti circa 37 miliardi di Euro” e che “sprechi e inefficienze che si annidano a tutti i livelli del Servizio Sanitario Nazionale continuano a erodere preziose risorse”.

Lo stesso concetto era stato espresso nel 2017 dal VII Rapporto RBM-Censis sulla Sanità Pubblica, privata e intermediata, ove si affermava come negli ultimi 10 anni vi fosse stato “un arretramento progressivo del finanziamento pubblico in Sanità” con un parallelo spostamento sulle famiglie italiane di una rilevante quota di spesa per accedere a diagnosi e cure.

E se facciamo riferimento alla relazione della Corte dei Conti sulla gestione finanziaria dei Servizi Sanitari Regionali per l’esercizio 2017, emerge come la spesa sanitaria pubblica italiana sia inferiore di 3 punti di PIL rispetto a Francia e Germania e, ancora, come vi sia stata una flessione, dopo il 2009, della spesa sanitaria pubblica in percentuale della spesa totale, mentre aumenta la spesa direttamente sostenuta dalle famiglie. Un sistema iniquo, che riproduce le secolari distanze Nord-Sud, definanziato per scelta, parcellizzato, assoggettato a ottusi meccanismi di rigore ragionieristico, sempre più vecchio per effetto del blocco del turn-over, scollato dalla formazione universitaria, con nuovi medici specialisti in numero del tutto insufficiente alle esigenze dell’immediato futuro e propensi a cercare lavoro all’estero.

E poi giunge imprevista, repentina, una crisi sanitaria planetaria, che mostra la sua faccia più dura in Italia, e quanto era già noto da anni, certamente agli addetti ai lavori ma verosimilmente anche alle classi dirigenti, si rivela chiaro alla luce del sole. Il Servizio Sanitario, nonostante tutto, deve affrontare l’emergenza sanitaria, prevalente nelle regioni del Nord, mentre al Sud scatta l’allarme per una possibile inadeguatezza delle strutture sanitarie rispetto all’onda d’urto dell’epidemia.

Ci sarà molto da riflettere e naturalmente da fare, ripensando peso, organizzazione, risorse del nostro Servizio Sanitario. Alcuni anni fa Julian Barnes, uno dei maggiori scrittori inglesi contemporanei, in un’intervista a un quotidiano nazionale, criticava l’idea degli ospedali e delle scuole come aziende e argomentava che il vero investimento di una nazione fosse lo stato di salute e l’istruzione dei suoi cittadini. Parlava ovviamente del regno Unito, ma valeva e vale anche per il nostro paese.

*medico ospedaliero