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IL RICORDO. Quando Mattarella restò solo a Reggio. VARANO

IL RICORDO. Quando Mattarella restò solo a Reggio. VARANO

     di ALDO VARANO - In via Possidonea, dove c’era la sede della Dc di Reggio, ero arrivato tardi. Non c’era più nessuno tranne il custode-autista, Ciccio Nocera, e l’on. Sergio Mattarella, deputato solo da pochi mesi. Volevo intervistarlo e la cosa, per motivi personali, mi emozionava. Mi diede l’impressione di una grande gentilezza e insieme di una certa rigidità, come di chi, sgraffiato, è abituato a difendersi. E mi sembrò anche stanco. “No, non faccio interviste. Non avrei niente da dirle”, disse a voce bassa. Ci fu un momento di imbarazzo. Mi chiese se sapevo dove fosse l’Excelsior: “Mi hanno prenotato lì”, si giustificò. Uno spiraglio per restare agganciato in cui m’infilai offrendomi d’accompagnarlo. No, non voleva disturbarmi, ma io non mollai.

Mattarella era stato spedito a Reggio da De Mita che allora, inverno dell’83, era il segretario nazionale della Dc. In città dentro lo scudocrociato era scoppiata una guerra furiosa. Il partito era in crisi e alle elezioni di giugno, quelle in cui Mattarella era stato eletto per la prima volta, aveva perso a Reggio 12 punti. Le spaccature al suo interno l’avevano isolato creando tensioni col Psi. Ne era venuta fuori, per la prima volta nella storia di Reggio, una giunta (di minoranza) in cui era presente il Pci: sindaco Michele Musolino, socialista; vice sindaco Leone Pangallo, comunista. La giunta non aveva trovato i voti per il bilancio e il Consiglio si era autoaffondato. Si dovevano rifare le liste per le elezioni di novembre e tra Ligato e Quattrone, i due notabili più importanti, c’era la guerra. “Sì, ci fu uno scontro politico molto vivace”, ricorda ora Mario De Tommasi, che di quelle vicende fu uno dei protagonisti. Mattarella era stato mandato a coordinare la formazione della lista. Si capiva, anche senza che dicesse nulla, che l’incarico non l’entusiasmava. Ma lui era impegnato come chi è abituato a far le cose perché un dovere etico lo impone. La scelta di De Mita aveva un retroscena: Mattarella si portava addosso il prestigio immenso della befana tragica dell’80, quando suo fratello Piersanti, fu ammazzato dalla mafia mentre era presidente della Regione siciliana.

La mia emozione era tutta lì. Piersanti era stato ucciso il 6 gennaio del 1980. L’omicidio era arrivato un po’ dopo di un anno dalla morte di Cesare Terranova, magistrato antimafia ante litteram fulminato il 25 settembre del 78, con cui ero diventato amico a Marsala dove, negli anni precedenti, era stato candidato in parlamento mentre ero segretario del Pci di quel Comune.

Insieme a Terranova, tra le pause in cui mi spiegava la mafia con lunghe parentesi per raccontarmi della sua passione per il bridge, avevo fatto decine di comizi intervallati dalle esibizioni, decisamente migliori dei comizi, di Rosa Balistreri e Ciccio Busacca che, rimasti a Marsala senza una lira, avevo “assunto” a prezzo stracciato, per esibirsi durante i comizi. Cesare, un anno prima di Piersanti Mattarella; poco più di un anno dopo, invece, il 30 aprile dell’82, la mafia aveva ammazzato Pio La Torre, con cui avevo lavorato in Sicilia e col quale avevo costruito un rapporto di amicizia e confidenza.

Sergio Mattarella lo sentivo dentro quell’intreccio terribile di tragedia che ci aveva annichiliti. Di lui sapevo solo due cose: 1) era cresciuto in una famiglia dove ogni giorno si mangiava pane e politica; 2) dopo la parentesi universitaria (a Roma nel movimento dei cattolici democratici di Fuci e Azione cattolica) s’era concentrato negli studi giuridici e aveva appeso al chiodo la passione politica. La tragedia dell’assassinio del fratello Piersanti, ammazzato nel quadro di una strategia terroristico-mafiosa tesa a bloccare qualsiasi rinnovamento della Sicilia, lo aveva costretto a ritornare in campo.

All’Excelsior mi chiese di entrare per un caffè. Ebbi l’impressione che non volesse rimanere solo. Restammo sprofondati nelle poltrone dell’hall qualche ora. Mi fece molte domande su Reggio e la Calabria. Quando fu certo che non avrei scritto nulla si sfogò. A Reggio aveva trovato una situazione “incredibile”, perfino rispetto a Palermo, dove pure si era impegnato (sempre su richiesta di De Mita) a ripulire la Dc dalle ombre corpose di Ciancimino. Gli raccontai di Terranova, di quanto fosse rigoroso perfino nei dettagli e di quanto peso dava alle parole. I suoi comizi, in realtà, si limitavano a un intervento, breve, che leggeva con sofferenza. Gli dissi di quanto “tirasse” a Marsala dov’aveva diretto la procura nel tempo angoscioso del “mostro di Marsala” e con che capacità aveva controllato le tensioni tenendo lontano il clima da caccia alle streghe. E gli dissi di Pio, quando mi prendeva il giro alle riunioni avvicinandomi e soffiandomi all’orecchio: “Vedi che devi essere siciliano, non fare il calabrese”.

Parlava a voce bassa, mi faceva domande e dava l’impressione di preferire la parte di chi ascolta. Su Piersanti non dicemmo neanche una parola. Certi dolori riesce a esprimerli solo il silenzio. Non so se fu la suggestione ma ebbi l’impressione che fosse un uomo segnato da una ferita devastante di quelle che trasformano e condizionano l’intera esistenza. Lo scrivo adesso che è venerdì pomeriggio quando ancora non sono irrispettoso verso alcuna istituzione: mi fece tenerezza e simpatia. Forse per questo non scrissi nulla.

Ci saremmo incrociati altre volte ma credo lui non ricordasse più di avermi regalato quel pomeriggio così intenso. Mi è capitato di intervistarlo per telefono. E gli feci la prima intervista importante che rilasciò come vice presidente del Consiglio (era anche ministro dell’istruzione) al terzo piano di Palazzo Chigi nel suo studio. Era (ricostruisco dal ritaglio della prima pagina dall’unità) il 4 dicembre del 1998. Oltre un’ora di nastro registrato (gli avevo chiesto il permesso e lui: certo, faccia pure) sulla scuola, il laicismo, la riforma elettorale, il governo D’Alema – di cui era il vice – che non aveva avuto alcuna luna di miele, le scelte di Prodi. Al giornale scoprii che sul nastro non c’era nulla. Nelle stanza più riservate di Palazzo Chigi non si riusciva a registrare. Ma i servizi e la sicurezza non l’avevano avvertito.

Non so se domani (oggi per chi legge, ndr) Mattarella diventerà il Presidente. Se capiterà sarà un fatto positivo per l’Italia.

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