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GIOIA TAURO. Sindaco: "stop ai privati, nazionalizzare il porto"

GIOIA TAURO. Sindaco: "stop ai privati, nazionalizzare il porto"

  "Questo modello economico e gestionale non funziona piu'. I privati hanno fallito. Il governo deve intervenire direttamente nella gestione del porto di Gioia Tauro, rivedendo il sistema delle concessioni con l'istituzione di un apposito comitato". Lo dice all'Agi il sindaco della citta' calabrese, Giuseppe Peda', deluso dopo la rinuncia del fondo d'investimento americano Lcv Capital Management, che nel luglio dello scorso anno aveva firmato con il Comune, la Regione, il ministero dello Sviluppo Economico e i sindacati un protocollo d'intesa finalizzato alla produzione di una vettura "ecologica" in polipropilene e fibra di vetro. Oltre 800 gli operai da assumere nello stabilimento ex Isotta Fraschini con un investimento complessivo di 226 milioni di euro fra la Calabria e la Puglia, di cui 39 nella sola Gioia Tauro. Nei giorni scorsi, pero', Lgv ha gettato la spugna, comunicando alle parti interessate che riconvertire l'ex Isotta-Fraschini non e' economicamente conveniente. Un improvviso passo indietro. Nessuna fabbrica d'auto in fondo allo Stivale. Resterebbe in piedi soltanto la parte di investimento destinata alla Puglia. "E' una vicenda grottesca - dice Peda' - che conferma le riserve da me espresse quando l'iniziativa fu annunciata. Io non ho voluto firmare l'intesa finalizzata alla formazione dei portuali ex Mct (la societa' di transhipment che gestisce il porto della citta', ndr) perche' mi fidavo poco, ritenendo che la professionalita' acquisita dai lavoratori nel settore portuale non debbaessere dispersa e sacrificata ad un progetto lacunoso, ma debba essere nuovamente utilizzata incrementando l'attivita' nello scalo marittimo. C'e' stata troppa leggerezza da parte del Governo - sostiene - nel valutare la proposta di un soggetto che non ha ancora presentato un piano industriale, al punto che il sottosegretario Bellanova ha docuto porre un ultimatum, indicando come termine ultimo la fine di questo mese".   Per il vasto comprensorio della citta' portuale sembra delinearsi l'ennesima beffa, dopo i clamorosi fallimenti degli anni Settanta, quando la Calabria insegui' inutilmente il miraggio dello sviluppo industriale che avrebbe dovuto avere il suo caposaldo proprio a Gioia Tauro con la costruzione del quinto centro siderurgico nazionale. L'investimento avrebbe dovuto dare lavoro a 7.500 tute blu, ma, espropriati i terreni con la distruzione di centinaia di ettari di agrumeti, trasferito altrove un intero centro abitato e realizzato il porto, si capi' presto che l'industria pesante era solo un'illusione. A parere di Peda' le istituzioni hanno ancora una volta tradito Gioia Tauro. "Per un anno e mezzo - dice - si e' voluto illudere il nostro territorio con la promessa di 800 posti di lavoro. Ora chiedo che il protocollo d'intesa sia rispettato e che il governo si faccia sentire, perche' non si spiega come mai pochi mesi addietro la Lcv ritenesse proficuo riconvertire l'ex Isotta Fraschini ed oggi abbia cambiato completamente opinione". Ma non e' la sola notizia negativa per Gioia Tauro. L'attivita' del porto continua a rallentare. Lo scalo calabrese perde colpi e sente il fiato sul collo di altri scali marittimi che operano nel settore del transhipment. Il ricorso alla cassa integrazione e' sempre piu' frequente sia da parte della Mct, sia da parte della Blg, l'altro operatore che occupa le banchine del piu' grande porto del Mediterraneo, funzionando da piattaforma di smistamento di auto prodotte in Corea. La Zes, la zona franca industriale che garantirebbe molti vantaggi alle compagnie insediate a Gioia Tauro, continua ad essere una chimera. Non resta, secondo Peda', che l'intervento dello Stato affinche' lo scalo torni a vivere. "Serve - spiega - un modello d'intervento come quello delle Partecipazioni Statali, con il governo impegnato in prima persona per garantire la piena funzionalita' del porto. Non vedo alternative".

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