L’ANALISI. Vaccinare il pianeta per vincere il covid. L’umanità vale più di un brevetto

L’ANALISI. Vaccinare il pianeta per vincere il covid. L’umanità vale più di un brevetto

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Secondo una diceria tanto diffusa quanto indimostrata, la peste - quella raccontata da Boccaccio - flagello mai conosciuto in precedenza per capacità omicida entrò in Italia e poi in Europa da Messina. Fu lì che una nave genovese, che riportava a casa soldati Crociati, si fermò per rifornirsi. Fu l’inizio di un massacro che forse senza quella nave (ma gli storici sono discordi) sarebbe stato ritardato chissà quanto.

Non è più così. Ora popoli e merci di tutto il mondo entrano quotidianamente in contatto. Si sfiorano, si toccano, si respirano addosso, si mescolano. Si chiama globalizzazione. Ed è impossibile fermarla o chiamarsi fuori. La diffusione fulminea del Covid in tutto il mondo è sua figlia. Non c’è giorno, infatti, in cui ogni angolo della terra non entri in qualche modo in contatto diretto o indiretto con tutto il resto del mondo.

Per questo il Covid ci pone un problema inedito e fin qui rimosso, non più rinviabile: è possibile nel nostro presente storico una risposta sanitaria soltanto territoriale, nazionale o continentale a un virus cosmopolita come il Covid? Nei due anni che abbiamo alle spalle questo interrogativo è stato accuratamente accantonato ed aggirato dai poteri che hanno la responsabilità di difenderci.

Ora la variante Omicron apparsa chissà come in Africa, forse più capace d’infettare e meno di uccidere, ha riproposto in modo sfacciato la questione. Perché se è vero, come ha spiegato ieri il Direttore di questo giornale, in polemica con chi strumentalizza il virus per ragioni di potere politico, che “nessuno avrebbe mai potuto prevedere una crisi sanitaria di questa gravità e nessun piano pandemico del mondo avrebbe potuto fermarla” è anche vero che ora che tutti hanno (abbiamo) capito come vincere il virus non è più possibile insistere con strategie impotenti a raggiungere l’obiettivo.

Il vaccino è l’arma vincente. E’ il punto verificabile e verificato che va tenuto fermo, al di là di valutazioni e ipotesi secondo cui questo virus sarà endemico per parecchi decenni (una valutazione fondata, si spera, su scarsa conoscenza della potenza scientifica). Chi non accetta questo assunto sul vaccino, cioè una buona parte del movimento mondiale no vax, va aiutato perché ha problemi, e non va confuso con chi agita e sostiene quel movimento per interessi politici e di parte.

Ma bisogna essere chiari. Per difendere qualunque popolo è indispensabile vaccinarlo. Ma non basta. Devono vaccinarsi anche, e il più rapidamente possibile, tutti gli altri popoli del mondo. Utilizzo la semplicità e la determinazione con cui il direttore di Microbiologia del Bambino Gesù di Roma, professor Carlo Federico Perno, ha concluso un’intervista al Giornale nei giorni scorsi: “La condizione per uscirne è vaccinare tutta la popolazione del mondo. Solo con una strategia planetaria vera, e non solo a parole, questo virus avrà sempre meno spazio per replicarsi e riusciremo a contrastarlo. Mentre se proteggiamo solo i paesi occidentali nuove varianti continueranno a spuntare da tutte le parti. Dipende da noi”. Identica la linea che Roberto Speranza al G7 straordinario dei ministri della salute: “Fare di più per vaccinare la popolazione dei Paesi più fragili” perché “solo insieme potremo uscire da questa pandemia”. 

Insomma, vaccinare tutti gli esseri umani non è una questione di solidarietà con chi non ha i mezzi per farlo. Ma è la condizione per salvare e proteggere tutti: quelli che abitano le grandi metropoli del cosiddetto mondo civile, evoluto e ricco, e quanti abitano i luoghi del mondo in cui noi “civili” non resisteremmo più di un giorno.

Qual è l’ostacolo per mettere in moto questo meccanismo? Si parla dei giganteschi interessi economici di chi ha prodotto i vaccini. Si argomenta: chi ha investito quattrini ed ha il brevetto ora ha diritto a produrlo in esclusiva per 20 anni come prevedono le  norme internazionali. Giusto. Né vogliamo far pesare due fatti fondamentali. Il primo: chi ha prodotto i vaccini è stato già ampiamente rimborsato con cifre che moltiplicano molte volte i capitali investiti. Secondo, e soprattutto, alla formazione dei capitali investiti nella ricerca e nella produzione dei vaccini hanno molto ma molto generosamente contribuito i governi dei paesi economicamente avanzati.

A questi argomenti, di per sé rilevanti, va aggiunto che già negli stessi accordi di Trips (1994) sulla proprietà intellettuale dei farmaci erano previste clausole capaci di sbloccare le difficoltà di tutti i paesi in caso di epidemie. E subito dopo (2001) si stabilì che la tutela dei brevetti in nessun caso avrebbe potuto impedire ai governi la tutela della salute dei propri cittadini. Vittorio Agnoletto spiegò otto mesi fa proprio a questo giornale che la salute dei popoli in ogni caso non poteva essere affidata a un gruppo di consigli d’amministrazione.

Ma al di là di tutti gli argomenti bisogna fare i conti con uno sviluppo storico imprevisto e imprevedibile in passato e al quale bisognerà adeguare i comportamenti di tutti: la lotta tra i Virus e gli esseri umani per la supremazia sul pianeta terra.

*Questo articolo è già stato pubblicato sul dubbio dell'1 dicembre c.a.