Molto è ovviamente mutato (e ci mancherebbe!) e basti solo dire che all’epoca, solo per fare un esempio, questo giornale non c’era e la fonte più diffusa di informazione quotidiana scritta locale era il giornale edito a Messina, contrastato da giornali che diedero battaglia ma che poi ad un certo punto furono costretti a chiudere (su tutti il bel Giornale di Calabria
diretto dall’indimenticato Piero Ardenti). Non c’erano i social (non so se era un bene o un male), non c’erano i giornali on line, i tanti che oggi dettano il tamburo della comunicazione
ora dopo ora, minuto dopo minuto (e non so manco questo se era un bene o una male), le tv erano poche e non i giganti di oggi.
Insomma un altro mondo, con i grandi giornaloni nazionali che dettavano legge incontrastata nella definizione di una realtà e di un luogo. Avevano però – sempre quei giornaloni - un’attenzione particolare quando accadevano grandi fatti ed ancora c’erano i grandi inviati tipo letterati, come Giovanni Russo o Alfonso Madeo, che riuscivano a fare gli affreschi giusti senza luoghi comuni o frasi fatte. Ma in generale quella, cioè la nostra, era una terra derelitta, abbandonata, esclusa… bla bla bla.
Quelle parole mi sono tornate oggi quando ho letto su alcuni di quei giornaloni il ricordo del professore Nuccio Ordine, che ci ha lasciato da poco come è noto. Bellissime parole ovviamente su di lui, incastonate nella descrizione della sua terra che egli non volle abbandonare mai come terra povera, isolata, con mille problemi etc etc. Il senso che nulla sia cambiato.
Tutto giusto, o quasi, per carità. I problemi calabresi se possibile si sono incancreniti in questi 40 anni che ci separano da quei giorni ma il punto era ed è un altro: l’immagine della Calabria che viene trasmessa dai grandi osservatori, dalle centrali dei mass media, è davvero quella giusta? E cosa facciamo noi per tentare di rovesciare quei clichè?
O non siamo noi stessi spesso e volentieri gli autori principali di quella rappresentazione, con forme sempre piu’ insopportabili di autorazzismo che rasentano il tafazzismo piu’ becero?
Queste domande aspettano una risposta da troppo tempo e meriterebbero l’apertura di una seria discussione dentro il mondo giornalistico, universitario, politico, accademico, professionale, intellettuale, economico, sindacale. Perchè la Calabria è sempre di più l’imbuto dove conficcare tutto il male e non si riesce invece a fare emergere quasi mai quel poco o tanto di buono che c’è?
Quei tempi degli agguati efferati mafiosi non ci sono più, oggi la ‘ndrangheta è un’altra cosa, più pericolosa e ramificata ma la società cosi’ detta civile è piu’ muta di 40 anni fa quando ancora esistevano almeno partiti e organizzazioni funzionanti e attivi, con tutti i limiti e i difetti ma vivaddio con un‘anima!
C’e’ oggi bisogno di autostima e di consapevolezza, di una rete che unisca le cose belle e buone che pure ci sono, a volte nascoste. sparse nel territorio ma senza un filo che le tenga insieme. E senza tutto questo la narrazione continuera’ ad essere eguale a 40 anni fa. C’e’ bisogno di uno scatto di coraggio, nella denuncia sempre ma anche nella presa di
coscienza che le cose si possono cambiare.