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Sant’Andrea Jonio, come proteggere un rifugio di macchia mediterranea (e la spiaggia)

Sant’Andrea Jonio, come proteggere un rifugio di macchia mediterranea (e la spiaggia)
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In provincia di Catanzaro, a Sant’Andrea Jonio, c’è un rifugio di biodiversità che resiste al sovrasviluppo dettato dal “turboturismo”. Che impone servizi ultramoderni e benessere di breve periodo in prevalenza nelle località marittime. L’oasi naturale, indagata da enti nazionali di tutela ambientale e salvaguardata dal vincolo paesaggistico, si trova sulla costa degli Aranci a poca distanza dalla città di Soverato.

Circa tre km di litorale di sabbia bianca e ottime condizioni della macchia mediterranea sulle dune limitrofe che attraggono da oltre due lustri – nel 2006 Fai e Intesa San Paolo hanno finanziato un dettagliato studio su presenze di flora e fauna – l’interesse degli esperti oltre che di bagnanti fai da te. In passato l’area costiera ha ospitato la nidificazione di tartarughe Caretta caretta. Nel 2008 il rischio di perdere parte dell’ecosistema naturale, compreso tra il fosso Cupido ed il torrente Alaca, a causa di un progetto comunale che annunciò la costruzione di lidi balneari nella fascia. Da qui l’allarme di Fai, Legambiente, Wwf, Italia Nostra, che hanno coinvolto la popolazione locale in confronti pubblici. Bloccato il progetto e poi vincolo di salvaguardia ambientale. Battaglia che è proseguita per pretendere l’istituzione di un’area naturale regionale protetta.

Il progetto

L’istituzione di una «oasi naturalistica per la valorizzazione ambientale e turistica» è infatti al centro del progetto presentato da Fai, Legambiente, Italia Nostra e Wwf. Con l’idea di includere nell’intervento non solo la parte costiera ma anche l’area collinare per le caratteristiche paesaggistiche. Nel dossier presentato anni fa alla Regione dagli ambientalisti oltre a perimetro e superficie sono elencati in sette aree rappresentative l’habitat faunistico e le formazioni vegetali. Nella superficie oggetto di ricerca si troverebbero 282 specie. Gli ambientalisti hanno inventariato, ad esempio, il salice bianco e rosso, il pioppo e l’ontano nero. Che fanno radici più in alto. Poi la vegetazione dunale come la gramigna delle spiagge, l’ammofila e il ravastrello. Eucalipti, acacie saline e tamerici invece fungono da frangivento originale tra la battigia e l’interno costa. Nel progetto è definito l’elenco delle specie animali e rettili potenzialmente presenti o avvistati dalla collina fin la costa: riccio europeo, volpe, lepre, puzzola, ramarro orientale e lucertola muraiola. Insetti e uccelli. E la tartaruga marina. A chiudere l’anello sull’habitat di Sant’Andrea.

L’indagine conoscitiva dedica le ultime pagine del documento alla creazione di sentieri didattici e alla riqualificazione degli habitat. Ultimo degli obiettivi delle associazioni, ma non per importanza, le ricadute occupazionali per la comunità locale. «La nostra idea era di utilizzare – racconta Andrea Dominijanni, 57 anni, di Legambiente – le due strutture dei Lucifero-Montesi già presenti, una stazione di posta del ‘600 e una costruzione abitata durante l’estate, per accogliere i visitatori del parco. È fondamentale la ricaduta sul territorio».

Il Comune, raggiunto da Zoomsud, chiarisce che provvede solo alla pulizia della spiaggia in via manuale. «Per il litorale interessato dal vincolo abbiamo l’idea del più completo rispetto della natura e dei luoghi esistenti» dice il sindaco di Sant’Andrea Jonio Nicola Ramogida, 57 anni, che ha problemi più incombenti in relazione alla divorazione della battigia della costa andreolese. Secondo i dati Ispra diffusi nell’annuario dei dati ambientali 2017 l’Italia a causa dell’erosione idrica perde mediamente 8,7 t/ha per anno, stima superiore nella costa jonica. «Dal 2010 al 2015 l’assenza dell’amministrazione nelle conferenze di servizi sul tema ha determinato la disattenzione della Regione per Sant’Andrea» sostiene Ramogida.

Il fenomeno di erosione continua è evidente in particolare nelle spiagge a sud del paesino jonico, dove nei mesi di luglio e agosto operano cinque stabilimenti e due grandi villaggi turistici con migliaia di persone. All’altezza del torrente Salubro la spiaggia è completamente sparita e le onde hanno cancellato anche la strada sterrata che collegava Sant’Andrea a Isca marina. «Nel maggio 2018 ho dato parere positivo all’intervento (alla conferenza di servizi, ndr) richiedendo la creazione di due pennelli a T semisommersi sul litorale e il dimezzamento del pennello di Isca. Stiamo seguendo l’evoluzione», aggiunge il sindaco.

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Oggi

Una delle strade che conduce alla spiaggia-oasi (vedi foto in alto, 20 agosto 2018), collocata nel litorale nord di Sant’Andrea confinante con San Sostene marina, è privata così come gli agrumeti e i frutteti che costeggiano il sentiero. Possedimenti storici dei Lucifero. Nessuna costruzione ostacola la visuale nei 150 metri prospicienti la costa. Quando, in acqua, si danno le spalle alla Grecia si può osservare prima la barriera naturale di eucalipti alti anche 10 metri e sullo sfondo le aride colline e l’antico borgo basiliano a 300 metri sul mare.

Oggi la stato delle cose, però, suggerirebbe una maggiore attenzione per le biodiversità presenti. E per la fruizione da parte dei bagnanti diversamente abili. Ma i proprietari cosa ne pensano? «Le amministrazioni comunali di qui non hanno mai voluto portare a termine il progetto» dice Francesco Montesi, 65 anni, figlio di Enrichetta Lucifero. «Si poteva creare una cooperativa facendo lavorare gente del posto regolamentando l’ingresso alle spiagge: penso ad un pedaggio di 2 euro. Le dune sono degradate con la gente che strappa i bulbi di gigli marini. Bene la raccolta differenziata nel paese ma provvediamo noi a pulire l’area e non ci sono cestini».

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È necessaria, in primo luogo, la tutela ordinaria della zona dove parcheggiano le macchine e gli accessi alle spiagge. Nei passaggi che accompagnano fin la battigia si trovano infatti molti rifiuti (vedi foto in alto, 20 agosto) lasciati da incivili ma anche eredità di pescatori come reti e detriti di oggetti per la fabbricazione di barche. La spiaggia invece è pulita. Purtroppo qui è evidente il passaggio di jeep (vedi foto in basso, 20 agosto): una condotta scorretta sia perché come evidenziato dagli esperti preclude il possibile arrivo di tartarughe dallo Jonio, sia perché la spiaggia ha una strada di sabbia in parallelo per chi vuole osare un rally da Gran Turismo.

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Idee

Il rispetto della natura, pensato dal sindaco Ramogida per l’area, appare una buona visione. Ma, come le associazioni hanno più volte suggerito, Comune e possidenti possono fare di più partendo dalla creazione di un varco per l’accesso a persone con difficoltà motorie o in carrozzella, un’ordinaria pulizia della zona e la collocazione di cestini per i rifiuti differenziati. Il sentiero, ora sabbioso e con detriti, si può rendere percorribile da pedoni e ciclisti delimitandolo con recinzioni ecocompatibili. E agevolare l’assetto di startup e idee imprenditoriali: sentieri della natura e della gastronomia, un circolo velico, lo spazio di informazione per turisti ed escursionisti. Con il riconoscimento formale del valore dell’area invece si può avviare il processo, con proposta della Regione al Mattm e poi alla Commissione europea, che guiderebbe l’oasi protetta alla designazione di Zona speciale di conservazione e quindi all’inclusione nella rete Natura 2000, strumento Ue per la conservazione della biodiversità.

Prima di questo iter, evidenzia Legambiente Calabria, è essenziale però dell’amministrazione comunale il coinvolgimento delle parti interessate per valutare i reali effetti sul territorio. Pro loco, cacciatori, i Lucifero, imprenditori locali, autorità, associazioni di tutela ambientale, residenti della zona. Non tutti comunque condividono un futuro sostenibile per l’oasi di Sant’Andrea. C’è chi sostiene, come un giovane barista della zona, che «da quando sono arrivate le tartarughe non ci fanno costruire niente. Poi è venuto il Fao…».