Le strane accuse del Riesame a Lucano diffuse con una mail anonima

Le strane accuse del Riesame a Lucano diffuse con una mail anonima

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«Non sono la persona che descrivono. Vogliono delegittimarmi». Domenico Lucano, sindaco sospeso di Riace, è sconvolto dalle parole dei giudici del Riesame. Non gli lasciano scampo, descrivendolo come un uomo avvezzo all’illegalità, incurante delle conseguenze delle proprie azioni. Una conclusione che diventa lapidaria a pagina 121 dell’ordinanza con la quale il Riesame ha revocato i domiciliari, convertendoli in divieto di dimora per l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e irregolarità nell’assegnazione dell’appalto della raccolta differenziata. 

«Lucano - affermano - non può gestire la cosa pubblica né gestire denaro pubblico mai e in alcun modo». Un passaggio che non viene smorzato dall’unica frase comprensiva, due righe più in là: il riconoscimento di quei fini umanitari, in nome dei quali «ed in nome di diritti costituzionalmente garantiti» Lucano «viola la legge con una naturalezza ed una spregiudicatezza allarmanti». Ma in quelle 165 pagine, recapitate alla stampa tramite una mail anonima, i legali di Lucano - che il 30 novembre scorso hanno presentato ricorso in Cassazione - hanno notato tutta una serie di stranezze.

La prima è che i reati sui quali i giudici si esprimono non sono quelli per i quali era stata emessa la misura cautelare, ma altri, il cui quadro indiziario era già stato ritenuto insussistente dal gip di Locri, molto critico su come sono state svolte le indagini. Una contraddizione «insuperabile», dicono.

Ma sono almeno altre sei le cose che non tornano. A partire dalla citazione di passi della memoria difensiva che non esistono, affermano gli avvocati Antonio Mazzone e Andrea Daqua e dalla dichiarata illegittimità di strutture - frantoio, laboratori, fattorie e casa per il turismo dell'accoglienza - la cui regolarità «non è stata mai messa in discussione in tutti questi anni dal ministero dell'Interno», che al contrario le ha sempre elogiate. C’è poi un altro fronte, quello dell’interesse di Lucano a fare accoglienza. Non economico - è nullatenente - ma elettorale. Il sindaco avrebbe aspirato a candidarsi con LeU alle politiche, una circostanza che i giudici desumono dalla conta dei voti di cui gli investigatori sentono parlare in cuffia, derivanti «dalle persone impiegate presso le associazioni e/ o destinatarie di borse lavoro e prestazioni occasionali».

Un giudizio del tutto errato, dicono gli avvocati. Perché Lucano «non si è candidato con chicchessia alle elezioni politiche di marzo 2018» e «non si è mai candidato ad alcunché che non fosse il Comune di Riace». Cosa che non potrà più fare, dato che si trova al suo terzo mandato.

Cosa rimane dei reati che gli sono valsi i domiciliari? Il primo riguarda la raccolta differenziata, affidata a due cooperative sociali, prive, per l’accusa, dei requisiti di legge, perché non iscritte nell’apposito albo regionale. Per il Riesame, Lucano avrebbe fatto di tutto per raggiungere tale fine, di fatto monopolizzando l’ente. Ma «non è contestato alcun fatto che abbia realizzato da sindaco come organo monocratico», bensì atti di giunta e Consiglio, accompagnati dall'acquisizione di tutti i pareri, favorevoli, di regolarità tecnica e contabile. L’ultimo punto riguarda il certificato di matrimonio della compagna Lemlem Tesfhaun. Per l’accusa, Lucano avrebbe falsificato lo stato civile della donna per consentirle di sposare il fratello e portarlo in Italia. Ma di certificati che attestino che fosse già sposata, nel fascicolo, non ce ne sono, dicono Daqua e Mazzone.