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REGGIO. Quando bruciano viva una donna…

REGGIO. Quando bruciano viva una donna…

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A Reggio Calabria un uomo tenta di bruciare viva la ex-moglie. La prepotenza mortale del testosterone inferocito da secoli di cultura maschilista è esplosa in tutta la sua virulenza, tramutandosi in rogo.

Lo stesso rogo nel quale è finita una donna indiana che, in un terribile video che circola sul web, è stata prima massacrata di botte e poi arsa viva.

La stessa giustizia virile che ha condannato a 128 frustate e 38 anni di carcere l’avvocata Nasrin Sotoudeh, attivista civile.

La stessa forza motrice che spinge al possesso cieco e rabbioso, allo stupro, all’affermazione guerriera del maschio contemporaneo esaltato dalla deriva del pensiero attuale. Sfregiatori, sadici, maniaci legalizzati.

Si squarcia il velo del tempo. Giungano alle nostre orecchie le urla straziate dal dolore delle donne che nella storia sono state vittime di uomini bruti e perversi.

L’urlo di tutte quelle che hanno provato il morso del fuoco, delle atroci torture, delle botte a levare il fiato. Picchiate selvaggiamente da mariti, fidanzati, padri, fratelli, o semplicemente da maschi che, seguendo una contorta cultura millenaria, si sentono autorizzati al dominio, assoluto, sulle donne.

Giunga alle orecchie di tutti l’urlo bestiale, disumano, senza speranza, senza possibilità, di tutte le donne che nella storia hanno pagato - e ancora pagano- il semplice fatto di esistere.

Di tutte quelle che le religioni del mondo hanno condannato- per dogma- ad essere inferiori e al servizio dei maschi. Di tutte quelle che, anche dalle menti sublimi dei pensatori – da Aristotele a Schopenauer- sono state giudicate come degli animaletti destinati a figliare e servire.

Ci giunga alle orecchie, e ci perfori i timpani, ci faccia male, l’urlo di tutte le donne che da generazioni scontano vite di sofferenze assurde, di privazioni bestiali, di lager domestici. Di tutte quelle che volevano studiare, e non hanno potuto. Quelle che volevano lavorare, o scrivere romanzi e poesie, o suonare o danzare o guardare le stelle, o esplorare il mondo o studiare i fenomeni scientifici o filosofare, e non hanno potuto. Non hanno potuto solo in quanto donne.

Ci giunga alle orecchie, e ce le sconquassi con la stessa forza degli inquisitori, l’urlo atroce di metà del mondo, quello femminile, sottomesso da millenni, inquadrato in un ruolo forzato dal quale, anche secondo gli uomini più illuminati, non possono e non devono sfuggire.

Magari con tono scherzoso, i maschietti contemporanei sostengono che le donne devono essere madri e mogli. O, al limite, puttane. Come persone non esistono. Sono naturalmente portate a stare a casa, crescere figli e fare servizi. E se lavorano, non sono all’altezza dell’uomo. E se sono brave, o bravissime, o eccezionali, non possono comandare. Sono donne. Inferiori. Questo sostengono, magari con tono scherzoso.

Non si scherza più. Non si deve più scherzare. 

Venga quest’urlo con la forza di un asteroide. Apra le coscienze degli uomini di buona volontà. Squarci il velo dell’ipocrisia, dettata da culture imbevute di pregiudizi e stupidità e assurdità.

Prendiamo il dolore delle donne tra le braccia. Omaggiamole per i loro sforzi, sempre doppi o tripli rispetto ai nostri. Rispettiamole. Rispettiamole. Rispettiamole.

O, altrimenti, salutiamo la nostra dignità e vergogniamoci, per sempre, di essere uomini.