Direttore: Aldo Varano    

VECCHIONI al Campanella: i ragazzi e la vita. Ma l'Italia fa poco per la Calabria

VECCHIONI al Campanella: i ragazzi e la vita. Ma l'Italia fa poco per la Calabria
 Vecchioni al Campanella     di IDA NUCERA -

Non è un momento qualsiasi tornare una mattina al tuo liceo dove tua figlia e i suoi compagni incontrano un cantautore come Roberto Vecchioni che ha accompagnato tante emozioni della tua vita. Intervistarlo, ascoltare questo “consumato” uomo di palcoscenico, di grande cultura, che sa ancora spendersi nella maniera giusta, con credibilità agli occhi dei ragazzi, è una straordinaria esperienza. Consola che un prof. a 72 anni ancora trasmetta ai suoi “comici spaventati guerrieri” qualcosa che li smuove dall’apatia e dall’indifferenza. Vecchioni interpella con motivazioni forti il senso del proprio mestiere di educatore e insegnante, a fronte di una classe docente che sembra arrivata alla frutta. Un’occasione imperdibile tra le vecchie mura del Campanella che hanno visto passare una marea di generazioni. Ultima, quella di oggi che lieve si porta la vita in tasca insieme ai sogni e alla paura. Così ti e gli chiedi, se i ragazzi, sono cambiati dai tempi di “Stranamore, oppure se l’inquietudine è sempre quella.

“No, l’inquietudine - dice Vecchioni - è peggiorata. Non avendo punti di riferimento, dove appoggiarsi, è aumentata. I genitori non riescono, a volte non per colpa loro, ad ascoltarli, hanno altri problemi. Gli educatori sono ormai missionari, perché insegnare a scuola è diventata una missione da sacrificati. E i ragazzi si trovano senza questa voglia di scoprire le cose da soli, perché si trovano tutto subito, tecnologicamente fatto. Non c’è più la passione sterminata di una volta, di scoprire e dire: che bello l’ho fatto io questo! E poi il futuro è molto nebuloso. Anche se io di speranze ne ho sempre tante. I ragazzi miei a Pavia li trovo convinti, decisi, ancora innamorati delle cose, della vita”.

Oggi il Liceo Classico per alcuni sembra essere in declino… iscriversi è da sognatori un po’ pazzi…

Ma è in declino per gli imbecilli. Per chi non capisce cosa significhi vivere. Gramsci che era un grande, anche un grandissimo glottologo, diceva: non impariamo il latino per parlarlo, sarebbe una pazzia parlare greco e latino, ma per imparare a studiare. E’ tutto un sistema di cose nella lingua greca e latina e nella letteratura che ci insegna a mettere insieme i pezzi del mondo, a riunirli. Non si studia solo al liceo, ma tutta la vita e chi non ha fatto questa gavetta, gli manca il senso delle fondamenta. Tutte le altre cose che vedete sono come costruzioni che partono dal terzo piano, ma che non hanno fondamenta. Il liceo classico è la scuola della libertà, perché non si studia in funzione di una porzione.. Non sarai mai preparato alle vicende della vita se non hai la costruzione mentale per questo tipo di conoscenza. Mentre altri studi sono costruiti per qualcosa di preciso, generalmente tecnico, matematico ecc., grazie agli studi classici si costruisce l’anima umana, poi sarà il ragazzo a scegliere se diventerà un falegname o un biologo.

Non state a sentire, anzi se vi dicono a che serve il greco, rispondete a cosa servi tu?!… Non capirà nemmeno la risposta. Tutto in questa lingua era armonia, cioè non c’è nessuna cosa in più, nessuna eccezione, nessuna inutilità, tutto è perfettamente utile nella lingua greca. Una lingua che ha dodici participi, non due come l’italiano.

Certo la vita è fatta di fatiche, bisogna trovare un posto di lavoro… e non è facile vivere in Calabria, ne state passando di tutti i colori. Pensare che quasi sempre le migliori maturità sono calabresi. Eppure c’è questa distanza, questa non curanza. L’Italia fa poco per la Calabria.

Nell’ultimo suo libro “Il mercante di luce”, il tempo è un elemento importante, non tanto nella dimensione del “quanto”, ma del “come” si vive.

Si, la qualità non la quantità di tempo. Il libro si batte su due campi: l’amore grandissimo tra un genitore e un figlio e quello per la bellezza e la cultura. Il figlio ha un tarlo dentro. Sa di dover scomparire perché malato. Allora il padre deve, non consolarlo, ma dare un senso agli ultimi mesi di vita di questo figlio. Deve fargli vedere le cose che non vedrà mai e che non ha mai viste. L’amore, la notte, le stelle, la passione, gli uomini, gli incontri… dove va a cercarle? Tutto quello che ha lo dà al figlio. Una cosa è dare tutto e una cosa è dare tanto. Tutto è molto più di tanto. Anche se questo tutto è poco. Le trova in un serbatoio immenso che è la poesia greca ed il teatro tragico, dove ci sono tutti i caratteri che sono stati costruiti nella letteratura mondiale. …non ci sarebbe stato Sheakspeare se non ci fosse stato Eschilo! Dove avrebbe trovato tutti quei re che si massacrano, non avrebbe avuto la forza. Né Dante, né Leopardi ci sarebbero stati….

Ma è la sua eredità. Non ha altre cose, questo padre, non è ricco, la vita lo ha disastrato, deluso. Questo è un libro che finisce bene. Voi direte: con uno sfigato del genere? un figlio che deve morire? Non ha nessuna importanza quanto viviamo, ma con quanta luce dentro viviamo. Non è una questione di tempo, ma di intensità. Essere d’accordo con noi stessi, in armonia con il mondo. Sapere che la cosa giusta la stiamo facendo e non importa se gli altri fanno la cosa sbagliata e vincono. Non me ne frega proprio niente se la vittoria si deve ottenere in quel modo, la vittoria è mia, ce l’ho dentro quando sento che la cosa è giusta.

Così quello che dovevano ottenere questi due personaggi l’ottengono: al papà scappa via la paura della vita e al ragazzo sfugge la paura della morte. Sanno che fanno parte di questa grande realtà che abbiamo tutti, vivere e morire ed è inutile andare contro, ma trovare il modo di saperle governare queste forze. Uno insegnerà all’altro il modo di farlo.