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CALIPARI e quell’inutile medaglia d’oro. Ecco come muore un calabrese

CALIPARI e quell’inutile medaglia d’oro. Ecco come muore un calabrese
calipari      di ALDO VARANO -
Sono le 20,45 del 4 marzo di dieci anni fa. Nell’Iraq occupato c’è la guerra. Strada per strada, vicolo per vicolo. A Bagdad, capitale irachena, una Toyota Corolla procede verso l’aeroporto. Cammina lentamente. Piove e l’acqua s’è raccolta in ampie pozzanghere. Il largo rettifilo è seminato di ostacoli in cemento che restringono la strada per impedire che gruppi terroristici abbiano libertà di manovra.

Nella Toyota ci sono Giuliana Sgrena, giornalista del Manifesto rapita in precedenza dai terroristi, libera da una manciata di minuti; Nicola Calipari, punta di diamante del servizio segreto militare (Sismi) italiano che ha trovato i canali per riportarla a casa; al volante il maggiore dei carabinieri Andrea Carpani, anche lui del Sismi, vecchio conoscitore delle strade e della vita di Bagdad.

Calipari e Carpani sono attentissimi. Hanno troppa esperienza e sanno che l’insidia può nascere improvvisa mandando tutto a monte. Nessuna distrazione è possibile. Carpani telefona con chi aspetta un chilometro più in là, all’aeroporto dove c’è un aereo militare italiano che aspetta, perché tutto fili liscio. Concentratissimo sulla strada scruta nel buio eventuali movimenti e anomalie. Calipari parla con la presidenza del Consiglio italiana informata che tutto è andato ok. E’ quasi fatta: non ci sono più ostacoli né alcun check point militare da superare (i tre del resto hanno i passe sono perfettamente in regola): questo sanno Nicola e Andrea informati dai servizi americani che operano in Iraq informati a loro volta della loro missione.

La tempesta di fuoco è improvvisa e contemporanea a una fascio violento di luce. Viene da un check point americano che non dovrebbe essere lì, che viola tutte le regole d’ingaggio previste dai regolamenti. Nei fatti, una vera e propria esecuzione, un omicidio per il quale non si terrà mai un regolare processo chiarificatore.

Non si saprà mai quanti colpi ha vomitato l’M 240 B del soldato americano Lozano. Non si saprà mai perché ha aperto il fuoco anziché seguire le procedure minuziosamente fissate e testardamente violate. Non si saprà mai, tranne giustificazioni raffazzonate e contraddittorie che malnascondono falsi e bugie, perché cavolo c’è lì quel check point che non ci dovrebbe essere e, soprattutto, perché spara. Si sa invece con certezza che Calipari con gesto fulmineo si getta addosso alla Sgrena per proteggerla. Dopo la manciata di secondi, quando cessa il tiro al bersaglio di Lozano, la Sgrena è ferita e sanguinante come Carpani. Calipari, il calabrese di Reggio, è morto: col suo corpo ha fatto da scudo alla Sgrena salvandole la vita per la seconda volta in poco tempo. Passano pochi minuti e gli americani spostano tutto e ripuliscono la scena del delitto la cui ricostruzione scientifica diventerà per sempre inutile.

Alla memoria di Calipari, verrà conferita la medaglia d’oro al valor militare. Un eroe limpido che ha immolato la vita al dovere e all’onore della patria. Forse, mettendola in imbarazzo. Cosa c'è di più sublime, di più vicino alla comune radice umana del gesto semplice di coprire col proprio corpo chi immaginiamo più debole di noi?  

La retorica si spegne presto. Nei fatti Stato e la magistratura italiani rinunceranno a processare Lozano che, secondo la ricostruzione italiana, ha violato tutte le regole. E’ vero che quella italiana è soltanto una delle ricostruzioni emerse dalla Commissione mista d’inchiesta italo-americana. La Commissione si spacca. Gli americani nel loro documento scaricano su Calipari e Carpani le responsabilità dell’accaduto: troppo nervosi ed eccitati dal successo e con la voglia di scansare gli americani per accreditarsi il successo della liberazione della Sgrena in esclusiva. Gli italiani, nella loro relazione ricostruiscono uno scenario impietoso dei fatti mai smentito da nessuno sostenendo il contrario.

Dietro il conflitto, lo scontro tra gli americani contrari a qualsiasi trattativa per salvare gli ostaggi e gli italiani, non tutti ma certamente Calipari, impegnati a salvare vite umane come quelle delle due Simone che Nicola è riuscito in precedenza a riportare a casa senza un graffio.

A ripercorrere la storia e la documentazione (come ha fatto Erminio Amelio, magistrato dell’antiterrorismo, nel bel libro di Rubettino, L’Omicidio di Nicola Calipari, 2012) la sensazione è che lo Stato, gli ambienti militari del paese abbiano voluto cancellare al più presto quella pagina. Perché gli eroi vanno bene per la manifestazione che li proclama, poi diventano un peso insopportabile per tutti. Perché gli eroi chiedono a chi resta coerenza e verità, il cui costo è talvolta altissimo.

Un processo avrebbe potuto chiarire tutto. Ma il processo non ci sarà. Gli americano non lo vogliono e sostengono, sulla base della loro ricostruzione, che non c’è alcun motivo per farlo. Una ricostruzione che anteposta la non responsabilità degli americani ha trovato, forzando i fatti quando non coincidevano, gli argomenti a sostegno della predeterminatissima tesi. Punto e basta. Fine del film.

Lo Stato italiano, a parte la procura della Repubblica di Roma del tempo, e il primo Gup che ha deciso il rinvio a Giudizio per Lozano, ha nei fatti accettato l’impostazione americana esibendo una subalternità a 360 gradi. Non sapremo mai perché l’ha fatto. Ma lo ha fatto.

Alle 18 del 19 giugno del 2008 i notiziari televisivi concludono la tragedia:

“Apriamo il giornale con una notizia appena arrivata in redazione. Non ci sarà nessun processo in Italia nei confronti del soldato americano Mario Lozano imputato per l’omicidio del dottor Nicola Calipari. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione che ha confermato la carenza di giurisdizione italiana”.

Cala il sipario. Per sempre. La giustizia (!) italiana si rifiuta ed ha paura di processare Lozano, gli americani e quelle raffiche assassine.

“Ingiustizia è fatta”