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Repubblica processa l’Antimafia. C’è quella degli affari e l’altra dei potenti

Repubblica processa l’Antimafia. C’è quella degli affari e l’altra dei potenti

crctt      NOSTRO SERVIZIO. Gli scricchiolii sia avvertono da tempo. E tra gli osservatori più attenti la sensazione che dentro l’Antimafia ci sia qualcosa di profondo che non va è ormai tanto diffuso da essere incontenibile. Le accuse all’insieme del movimento, rispetto al quale vale sempre una metodologica cautela che di solito si consuma con un (certo ci sono differenze), sono fondamentalmente due.

La prima, l’Antimafia è diventata una macchina che fa affari con un giro milionario (di euro) approfittando di sentimenti ed emozioni (per fortuna) ancora diffusi tra gli italiani. La seconda: l’antimafia è al servizio dei potenti o in cambio dei quattrini di cui è ingorda o offrendo visibilità che aiutano le carriere.

Quello apparso oggi su Repubblica, però, costituisce un salto di qualità. Intanto per l’autorevolezza di Attilio Bolzoni che è uno dei giornalisti italiani che negli ultimi decenni più ha scritto e s’è impegnato contro le mafie aiutando sempre i movimenti antimafia. Secondo perché Repubblica, che è un grande giornale italiano ed europeo, con la forza e l’autorevolezza che ha, chiede l’avvio di una riflessione pubblica e vera sul degrado del movimento per correre ai ripari. E’ ormai un’Antimafia che, francamente, nell’insieme, così com’è, appare oggi molto al di sotto (per credibilità) di quel che servirebbe per una partita che si ponga l’obiettivo non delle marce e delle testimonianze ma della sconfitta delle mafie e la loro riduzione a devianze fisiologiche.

Riproponiamo alcune parti dell’articolo di Bolzoni pubblicato mercoledì 4 dal suo giornale.

di ATTILIO BOLZONI - Da quando esiste - una cinquantina d`anni ufficialmente - non è mai stata cosi ubbidiente, cerimoniosa e attratta dal potere. Più attenta all`estetica che all`etica, l`Antimafia sta attraversando la sua epoca più oscurantista. Proclami, icone, pennacchi, commemorazioni solenni e tanti, tanti soldi. C`è un`Antimafia finta che fa solo affari e poi c`è anche un`Antimafia ammaestrata.

Ne è passato di tempo dalle uccisioni di Falcone e Borsellino e il movimento, che era nato subito dopo l`omicidio del generale Carlo Alberto dalla Chiesa e che aveva trovato nuova forza dopo le stragi del 1992, sopravvive fra liturgie, litanie e un fiume di denaro.

Tutto dò che conquista lo status di antimafia «certificata» si trasforma in milioni o in decine di milioni di euro, in finanziamenti considerevoli a federazioni antiracket, in contributi per «vivere la neve» (naturalmente con legalità), in uno spargimento di risorse economiche senza precedenti e nel più assoluto arbitrio.

È un`Antimafia sottomessa. Soggetta all`altrui benevolenza e alla concessione di un generoso Pon (Programma operativo nazionale Sicurezza e Sviluppo, ministero dell`Interno) o di somme altrettanto munificamente elargite dalla Pubblica Istruzione, la sua conservazione o la sua estinzione è decisa sempre in altro luogo. Così il futuro di un circolo intitolato a un poliziotto ucciso o a un bambino vittima del crimine, di uno "sportello" anti-usura, di un "Osservatorio" sui Casalesi o sui Corleonesi, di un Museo della `Ndrangheta, è sempre appeso a un filo e a un "canale” che porta a Roma.

C`è chi chiede e chi offre.

Il patto non scritto è non disturbare mai il potente del momento.

Addomesticata, l`Antimafia è diventata docile e malleabile.

È un`inclinazione che naturalmente non coinvolge tutte le associazioni (anche se, in più di un`occasione, lo stesso don Ciotti ha strigliato i suoi per una certa inadeguatezza di conoscenza e un conformismo che si è diffuso dentro Libera), ma gran parte dell`Antimafia sociale ormai è in perenne posa, immobile, come in un fermo immagine a santificare "eroi” e a preoccuparsi di non restare mai con le tasche vuote.

È un`Antimafia consociativa. Dipendente da quella governativa che presenzia pomposamente agli anniversari di morte, che organizza convegni alla memoria, che firma convenzioni e protocolli con gli amici che sceglie a suo piacimento sui territori.

(…)

In questo clima felpato e silenziato anche il fronte giudiziario ha perso molte delle sue energie. Se si escludono singoli magistrati, anche capi degli uffici - a Roma, Reggio Calabria, in Sicilia, a Milano, a Bologna - in troppi guardano molto al passato e poco al presente, alla faccia nuova del crimine.

C`è difficoltà nell’intercettare le evoluzioni del fenomeno e nell`analisi. Qualche giorno fa la relazione annuale (periodo dal 1 luglio 2013 al 30 giugno 2014) del procuratore nazionale Franco Roberti non ha offerto un solo spunto originale, fra727 pagine neanche qualche riga dedicata al mutamento dei rapporti delle mafie con la politica e con i poteri economici sospetti. Una relazione innocua. Unico «scatto» il riferimento ai silenzi della Chiesa (dimenticando gli effetti clamorosi nelle diocesi dopo il viaggio di Papa Francesco in Calabria dell`anno scorso) che ha provocato la reazione di Nunzio Galantino, il segretario della Conferenza Episcopale Italiana: «Procuratore, questa volta ha tappato».

(…)

Ecco perché, fra tanti travestimenti e ambiguità o semplici equivoci, forse è arrivato il momento di una riflessione su cos`è l`Antimafia e dove sta andando.