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Per mia madre, che mi ha fatto Donna

Per mia madre, che mi ha fatto Donna

 mdrfgl     di ROSA CHILÀ -

Così inizia il mio ricordo di lei e lo leggo con lo sguardo che da dietro gli occhi va verso il cuore.

Piccola ed una stanza ed un tavolo con troppi libri sparsi qua e là.

Anche quei libri dovevano essere accuditi da lei.   

Non era molto presente con me ma … già la sapevo e la sentivo.

Così come avvertivo l’esigenza di chi doveva mangiare e voleva pantaloni puliti e troppi pantaloni da lavare e quella stanza in cui il disordine regnava sovrano.

Capivo che anche quel tavolo pieno di libri toccava a lei sistemarlo ed ogni giorno, con le mani e le braccia di bimba, accatastavo gli strumenti del potere verso la metà lontana.

Sistemati, per una parvenza di ordine e pulizia del salotto di accoglienza, quale traccia del suo impossibile passaggio e, forse, già gesto di complicità.

 

E mi lasciava sola ogni mattina e tanti pomeriggi. Avevo paura di rimanere sola ma non dicevo nulla. Ognuno della famiglia aveva i suoi impegni ed il mio compito doveva essere quello necessario in quel contesto.

Avevo paura di rimanere sola.

Curava la sua campagna e tante bocche da sfamare e già allora erano per lei “tossici” gli alimenti comperati. E lei comprava solo ciò che non riusciva a produrre e si rammaricava le volte che era costretta a comprare quei pomodori che non sapevano di nulla.

Capivo che mi lasciava sola perché quello era il suo lavoro al pari di quella cucina e quella tavola che solo lei apparecchiava e sparecchiava.

La amavo e la volevo un po' con me, ma non le dicevo nulla. Capivo che lei era impegnata, troppo impegnata.

La scrutavano i miei occhi di bimba e la amavo in silenzio anche con quella carezza che tratteneva tra le sue mani.

Arrivò il mio turno di quei libri e lei mi diceva di studiare.

Ed io ero contenta di studiare perché lei voleva così anche se non capivo perché non mi chiedeva di apparecchiare o sparecchiare, pratica già in uso tra le altre della mia età.

Più i libri andavano avanti e sempre meno lei pretendeva da me.

Mai dimenticherò quei liceali pomeriggi quando apriva la porta e mi portava un caffè e qualche biscottino … “bevilo, ti mantiene il cuore sino a stasera”.

Al raggiungimento della maggiore età il proposito di continuare a “mangiare” libri però … era arrivata l’ora del giornale dei concorsi.

Mi sollecitava e mi rimproverava se solo passava il secondo giorno della quindicina della sua pubblicazione.

Lei sapeva sempre di un concorso che altre avevano fatto ed io (che dormivo) no.

A lei mai ho detto che inviavo solo le domande per quell’eventuale lavoro che mi avrebbe consentito di rimanere nella mia città e, quindi, vicina alla mia famiglia.

Non ho mai capito se le mamme parlano alle figlie di matrimonio. La mia con me non lo ha mai fatto.

E nel mentre si prodigava per ogni libro che dovevo acquistare, per i disagi dei miei spostamenti posso ora dire che ogni sua raccomandazione sul mio comportamento era diretta a farmi capire che non si deve diventare il divertimento di un uomo ma, soprattutto, a creare attorno a me un simbolico deserto di silenzio.

E mai mi chiedeva di aiutarla ed io l’ho sempre aiutata. Ho istintivamente imparato a cucinare per chiudere bocche e lavavo pantaloni che pure amavo.

Ed arrivò il mio impiego. L’unica domanda presentata per l’intero Sud con la speranza che il Sud fosse solo la mia città.

Invece mi portò lontano e piangevo mentre lei mi diceva: “non sei la prima né l’ultima. Se non vuoi stare sola veniamo a vivere con te”.

Mi accompagnò e rimase con me la prima settimana di lavoro.

Mi comprò tutto quello che mi serviva per quella stanza in affitto.

Tornammo assieme a casa il fine settimana e poi io ripartii da sola e da lì inizio la mia vita di Donna.

Un tacito dire: ti ho reso Donna libera di scegliere la tua vita.

Sì. E’ stata mia madre a farmi Donna.