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LA PAROLA e LA STORIA. Chiumàra

LA PAROLA e LA STORIA. Chiumàra

fiumara    di GIUSEPPE TRIPODI - chiumàra, tipico corso d’acqua calabrese che si asciuga del tutto o quasi in estate e che si gonfia paurosamente, travolgendo ogni cosa a valle, con le piogge autunnali (“Non è bella la vita dei pastori in Aspromonte, d’inverno, quando i torbidi torrenti corrono al mare e la terra sembra navigare sulle acque”, Così Corrado Alvaro nell’incipit di Gente in Aspromonte).

Il lungo periodo senza piogge incoraggiava le persone più indigenti a coltivare ortaggi sul greto delle fiumare (nasìde) ed anche a costruire qualche riparo. Le piene travolgevano ogni cosa e mettevano in pericolo anche la vita delle persone che dovevano attraversare i corsi d’acqua.

Ricordiamo le piene del 1951 e 1953 che furono molto rovinose per i poveri contadini calabresi che perdettero le loro misere cose e, spesso, anche la vita; i signorotti cui, secondo il detto di S. Ambrogio, le spoglie dei poveri stavano più a cuore della loro stessa ricchezza, ironizzavano sulle disgrazie altrui usando un’espressione che era lo specchio del loro cinismo ma anche della matrignità della natura: si cridìvano chi la chiumàra passàva di cozzu/ credevano che la fiumara sarebbe passata di taglio; il cozzu è la parte del coltello che è simmetrica alla lama; nel detto si faceva riferimento all’illusoria attesa degli sventurati che la fiumara non si sarebbe allargata ma, in presenza delle case, si sarebbe messa perpendicolare per occupare meno spazio e non danneggiarle.

La morte per annegamento nella fiumara era considerata con terrore nella cultura agro-pastorale tanto che una delle minditte più temute era: “E chi mi ti leva la chiumàra!/”, e che ti portasse via la fiumara! Di fiumara muore uno dei personaggi di un romanzo di Saverio Strati che è diventato anche film: “Dopo due minuti arrivò il padre di Cicca, con la bertola piena di teda. Era fradicio d’acqua. Si dovette mutare tutto, poi ci raccontò come Santo era stato trascinato dalla corrente della fiumara, e come lui non aveva potuto dare nessun aiuto” (La teda, Milano, Mondadori, 1973, p. 256).

Il proverbio la petra chi non faci lippu si la leva la chiumàra fa riferimento alle persone che non si ancorano alla realtà che li circonda (come la pietra che non fa appunto il lippu) e che, non radicandosi, rischiano per la loro imprevidenza di essere travolti dalle vicende della vita particolarmente rovinose; insomma il proverbio fa venire in mente la famosa metafora del capitolo XXV del Principe di Machiavelli: Nondimanco, perché il nostro libero arbitro non sia spento, iudico potere essere vero che la fortuna sia arbitra della metà delle azioni nostre, ma che etiam lei ne lasci governare l’altra metà, o presso, a noi. E assomiglio quella a uno di quei fiumi rovinosi, che, quando s’adirano, allagano e’ piani, ruinano gli alberi e gli edifizii, lievono da questa parte terreno, pongono da quest’altra: ciascuno fugge loro dinanzi, ognuno cede allo impeto loro, sanza potervi in alcuna parte obstare. E, benchè sieno così fatti, non resta però che gli uomini, quando sono tempi quieti, non vi potessino fare provvedimenti e con ripari ed argini, in modo che, crescendo poi, o egli andrebbano per uno canale, o l’impeto loro non sarebbe né sì licenzioso né sì dannoso”; insomma se gli uomini fanno provvedimenti ed opere, cioè se fanno lippu come le pietre non girovaghe, i disastri saranno più controllabili.

Il proverbio, con l’equivalenza pietra-uomo ma con fraintendimenti lessicali (i lippi diventano erbe) e forzature filosofiche forse un po’ astratte, viene preso in considerazione da Carmelo Saltalamacchia in Saggezza popolare e filosofia, Reggio Calabria, Gangemi, 1992, pp. 45-48.