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LA POLEMICA. Gratteri, la ‘ndrangheta è dentro ognuno di noi

LA POLEMICA. Gratteri, la ‘ndrangheta è dentro ognuno di noi

grttr     di ALDO VARANO -

«La ndrangheta non si sconfiggerà mai, dentro ognuno di noi c'è una percentuale minima dell'essere ndranghetista».

Prima di dirlo a Sky Gratteri l'aveva spesso ripetuto. Aveva spiegato che dentro ognuno di noi calabresi c’è un “piccolo ‘ndranghetista”: la ‘ndrangheta sparirà con l’uomo, non prima di lui.

Anni fa provocò una tempesta di polemiche dicendolo a un convegno. Il giorno dopo Giuseppe Pignatone, allora procuratore di Reggio, e Piero Grasso, capo della Dna, attuale presidente del senato, lo bacchettarono. I due palermitani non avrebbero potuto ignorare la lezione di Falcone: la mafia è un fenomeno storico: nasce, si sviluppa e sparisce. Una verità banale che ci volle il coraggio straordinario di Falcone per ribadirla. Perché spesso ciò che è ovvio comporta rotture radicali. Ora Gratteri c’ha riprovato. Mutua da Giovanni Pascoli la teoria del fanciullino (dentro ogni uomo c’è ineliminabile un piccolo fanciullo) e rilancia il piccolo ‘ndranghetista. Anche lui ineliminabile.

A merito di Gratteri, l’onesta intellettuale che lo spinge a dire quel che realmente pensa e il coraggio delle proprie posizioni anche quando sono un azzardo. Soprattutto lo fa mentre tanti lo pensano senza dirlo, in Calabria e fuori.

Ma la sua tesi è difficile da accettare. Malnasconde un fondo di autorazzismo molto diffuso tra i calabresi che lo hanno interiorizzato dalle tesi razziste di certa antropocentrismo straccione scagliate contro di loro. Si pensi al familismo amorale di Banfield (utilizzato anche per giustificare l’inferiorità biologica dei neri in America durante l’epoca Nixon, di cui Banfield fu collaboratore) di cui saremmo campioni. Alle carenze di un non meglio identificato civismo. Alle mafie come mentalità (anziché concreti fenomeni storici individuabili e aggredibili) e componente strutturale della spiritualità meridionale.

Una specie del paradosso di Norimberga tradotto in dialetto calabrese per cui le vittime finiscono col convincersi e sostenere di essere i veri responsabili e i colpevoli delle violenza che si abbatte contro di loro. Insomma, in Calabria non soltanto subiamo la violenza della ‘ndrangheta ma dobbiamo fare i conti anche col fatto che siamo noi, inevitabilmente, a produrla e riprodurla. Siamo una vile razza dannata, i figli di un dio minore che s’è distratto quando ci ha messo al mondo e non ha aggiunto al sale dell’intelligenza (callida e perversa), il miele della legalità. La conseguenza? Un’alternativa secca: o il napalm per togliere dalla faccia della terra i calabresi o smettiamola di perdere tempo contro la ‘ndrangheta. (Parentesi per tenere lontani dalla discussione gli imbecilli: tutto questo non significa ignorare, non denunciare o non combattere contro tutti i mali della Calabria costruiti dai calabresi e da classi dirigenti rapaci, corrotte e ignoranti su cui questo giornale scrive e interviene, denunciandoli, un giorno sì e l’altro pure).

Ma se passiamo da confuse esegesi alla concretezza, (per fortuna) quella di Gratteri sembra soprattutto la reazione alla sua convinzione che lo Stato non sia in grado di vincere la mafia. Su questo punto è difficile dargli torto. Anche se dopo aver posto con lucidità il problema tira fuori una tesi che non consente soluzione.

Viviamo in un paese in cui, al di là delle chiacchiere e della retorica, non è neanche chiaro chi debba vincere (nel senso di sconfiggere definitivamente) la mafia. Alcuni dicono i magistrati, dimenticando che i magistrati reprimono e puniscono i reati già consumati e accaduti e non possono modificare le condizioni sociali e storiche che producono e riproducono le mafie. Guai se non ci fossero, ma guai a chiedergli quel che per motivi strutturali non possono fare. Altri parlano della diffusione della cultura della legalità pensando, molto spesso, a come arraffare contributi per iniziative che, tutte insieme, non hanno mai salvato una vita o evitato uno scippo. Come se la cultura della legalità fosse una specificità antimafia e non la precondizione generale per avere il diritto di vivere in una società democratica e libera. Nessuno si concentra su come modificare le condizioni materiali che producono e riproducono di continuo mafie e ‘ndrangheta. Mai esistito un movimento antimafia che si sia mobilitato per rendere più (molto più) stringente la tracciabilità del danaro né per imporre conti correnti dedicati per gli appalti: eppure si tratta di provvedimenti più efficaci di milioni di convegni in cui si esibiscono (a spesa dei cittadini) studiosi ed esperti spesso improbabili. Bisogna prenderne atto: c’è una quota di meridionali e calabresi che s’è convinta che mafie e ‘ndrangheta, in assenza di altro, siano come i denti: quando spuntano fanno male ma poi servono per mangiare.

Non si può essere d’accordo con Gratteri. Ma forse, oltre ai meriti che ha accumulato con la concretezza del lavoro che ogni giorno svolge, le sue parole potrebbero servire per una discussione finalmente vera sulla ‘ndrangheta e su come sconfiggerla. Finalmente, tenendo lontane la retorica e l’enfasi. Perché mentre si continua a parlarne a vuoto la ‘ndrangheta sempre di più devasta la Calabria e la vita quotidiana di tutti i calabresi che hanno diritto di chiedere perché si inanella un fallimento dietro l’altro e non si è ancora riusciti a cancellarla dall’orizzonte della storia del nostro popolo.

Inutile scandalizzarsi. O Gratteri ha ragione e non c’è niente da fare oltre che ridimensionarla e, quindi, imparare a conviverci. O nella lotta contro la ‘ndrangheta in Calabria c’è qualcosa di profondo che non funziona.