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L’INTERVENTO. L’antimafia e le criticità della giustizia

L’INTERVENTO. L’antimafia e le criticità della giustizia

trctt     di MASSIMO ACQUARO -

Filippo Veltri, con la consueta lucidità, ha affrontato il problema dell’antimafia e dell’innesco al suo interno di ampie zone di opacità, di vero carrierismo, che rischiano di delegittimarla in blocco. Anche altri aspetti della complessiva gestione della giustizia stanno rischiano un logoramento che potrebbe spingere verso l’accantonamento di strumenti che invece vanno preservati.

La questione è riproposta dalle dimissioni di Lupi che ha infilato Renzi in una strettoia piena di insidie. Si tratta di ridefinire i rapporti tra politica e magistratura e il premier sa che occorrerà farlo sul crinale fondamentale delle intercettazioni. Parliamoci chiaro: senza la costante e inarrestabile tracimazione delle intercettazioni dai fascicoli dei pubblici ministeri alle prime pagine dei giornali quella che viene definita pomposamente la “dittatura giustizialista” si vaporizzerebbe in un attimo.

Responsabilità civile e ferie dei giudici sono state solo le schermaglie iniziali di uno scontro che, prima o poi, dovrà affrontare il tema cruciale delle intercettazioni e, soprattutto, della loro pubblicazione. Bersani che, notoriamente non ama il premier, lo ha capito meglio di altri e in un’intervista alla Stampa si sforza di stanare lo scaltro premier dalla sua comoda posizione in cui tiene insieme Cantone-Gratteri e le dure polemiche con l’Anm.

Bersani ripete la solita posizione del PD: nessun freno ai magistrati, ma tutelare i terzi estranei al processo che devono essere preservati dalla macchina mediatica. Una furbizia più che una soluzione realmente perseguibile. Francesco Verdirame sul Corriere rompe il giocattolo e, citando il Foglio, ricorda come i magistrati siano soliti con grande astuzia adoperare le intercettazioni che riguardano i non-indagati sostenendo che servono ad inquadrare il “contesto” delle indagini. Un bel modo per giustificare lo svolazzare delle carte che non provano alcun reato.

Invero i magistrati hanno le proprie responsabilità che sono, tuttavia, in gran parte “omissive”. Chi prepara le trascrizioni delle conversazioni non sono i magistrati, ma la polizia giudiziaria che riversa nel processo migliaia di pagine che, con la tecnica del “copia ed incolla”, finiscono a cascata nei provvedimenti dei pm e dei giudici e, poi, sui giornali.

Certo le toghe potrebbero intervenire, potrebbero impartire disposizioni, ma in realtà la mole delle carte e la quantità del lavoro impediscono qualsiasi controllo: centinaia di intercettazioni servirebbero, appunto, a tracciare il profilo “morale” delle persone coinvolte, a sindacarne le condotte private.

Prendiamo il caso Lupi: sappiamo tutto del Rolex regalato al figlio, dell’assunzione del giovane rampollo ciellino, ma i soldi di questa inchiesta dove sono? Si parla di miliardi di euro di appalti e non si è visto il frusciare di una banconota. Che Lupi si sia comportato in modo poco ortodosso lo certificano le sue dimissioni, ma non sarà questo il tema del processo Grandi opere.

La domanda resta: ma allora perché i magistrati mantengono in piedi questo sistema? Perché non vietano alla propria polizia di trascrivere conversazioni prive di rilievo per il processo? Ma lo abbiamo detto, perché le intercettazioni sono il modo con cui i magistrati stessi mantengono il proprio giogo sulla politica cialtrona e un po’ miserabile di questo Paese e, al tempo stesso, lucrano un po’ di pubblicità in accordo con i giornalisti.

Brutta gatta da pelare per Renzi.