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REGGIO. La scuola i bambini e l'educazione sessuale

REGGIO. La scuola i bambini e l'educazione sessuale

dczs   di TIZIANA CALABRÒ -

Vi racconto una storia. C’è una Dirigente di un Istituto Scolastico di Reggio Calabria e una foto che la ritrae su un giornale cittadino. Ha la faccia e l’espressione di quelle zie riflessive, di quelle, per esempio, che vai a farci ripetizione a casa e ti spiegano la lezione con calma e pazienza. Una con la faccia che ti puoi fidare insomma. Che poi, dicamolo, non ci manderesti i tuoi figli proprio lì in quella scuola, se non ti fidi della Dirigente.

E succede che in questa scuola che è come tante altre scuole primarie, procede tutto tranquillamente. Poi un giorno la Dirigente con la faccia da zia riflessiva, legge da qualche parte che l’”ufficio di medicina scolastica ed educazione alla salute” dell’Asp di Reggio Calabria, promuove per le scuole un progetto. Lei si convince che è cosa buona e giusta. Pensa che per i suoi ragazzini di quarta e quinta, in quell’età incerta e innocente così piena di interrogativi e curiosità, il progetto sia perfetto. Anche perché a parlare con loro andrebbero persone esperte, qualificate, che non proverebbero terrore e imbarazzo dinanzi alle curiosità di tutti quei bambini, dinanzi ai loro occhi vivi, alla loro stupideria, al desiderio di scoperta e conoscenza, alle domande.

Però il progetto ha un difetto insuperabile per alcuni genitori. Parla di educazione alla sessualità e all’affettività. E’ un progetto di educazione sessuale insomma, di quelli che spiegano ai bambini la meraviglia del corpo umano e dei suoi meccanismi, senza ricorrere probabilmente a cicogne, cavoli, api e fiori o altre metafore bucoliche, che tanta confusione hanno creato nelle generazioni passate.

E così, alcuni genitori preoccupati decidono di correre dal parroco della parrocchia. E il parroco della parrocchia anche lui preoccupato, decide di correre dalla Dirigente, per dissuaderla dal progetto. Il progetto non s’ha da fare, né domani, né mai, insomma.

Succede che così iniziano ad avere paura molti genitori. Hanno paura anche se il progetto parte da una struttura sanitaria, hanno paura anche se a proporlo è la Dirigente della scuola dove hanno deciso di iscrivere i loro figli, hanno paura anche se a guidare i bambini sarà una dottoressa preparata in materia e con esperienza trentennale. Il sesso fa paura, la sessualità fa paura, la scoperta e la conoscenza dei meccanismi del nostro corpo fanno paura, l’educazione alla diversità ancora e ancora fa paura, ciò che non si conosce fa paura. Ma soprattutto questa storia, appare come un formale atto di sfiducia nei confronti della Scuola Pubblica, dei suoi progetti educativi, della sua autorevolezza laica, del suo intento di lasciare agli alunni un bagaglio di rispetto per sé e per gli altri.

E l’epilogo è senza lieto fine. Il progetto non si farà. Saranno i genitori a spiegare ai figli i meccanismi del loro corpo, la diversità e il rispetto. E pazienza se in tutto questa storia di rispetto se ne è visto molto poco, ma solo paura e pregiudizio.

p.s.: chi vi scrive non è una svedese progressista. Tutt’altro. E’ una madre bacchettona come tante. E’ una madre che non riesce a guardare una scena di baci in Tv con i figli senza deglutire in un silenzio imbarazzato, o cambiare canale in tempi degni di un campione olimpico. Chi vi scrive sarebbe ben lieta di avere un progetto così, nella scuola dei suoi figli. Magari si siederebbe anche lei tra i banchi, giusto il tempo per capire quali sono le parole giuste da usare, quali sono le risposte esatte per certe domande che inevitabilmente arriveranno.