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Reggio, ruderi e lavori senza fine. Sospesi a piazza Duomo

Reggio, ruderi e lavori senza fine. Sospesi a piazza Duomo

Reggio 1908    di ANTONIO CALABRÒ -

La storia dorme sotto i nostri piedi e di tanto in tanto viene ridestata dal cigolio di ruspe e dal rombo dei martelli pneumatici. Inutile farsi illusioni: tutto il sottosuolo reggino palpita di resti, di ruderi, di muri, muretti, colonne, necropoli, templi, terme e bastioni.

Ogni volta che si scava viene alla luce qualcosa; tubature e fondamenta, rifacimenti di piazze o di strade, impianti elettrici o del gas, tutto è archeologia a Reggio; nella stragrande maggioranza dei casi una bella colata di cemento, svelta ed efficace, provvede ad obliare tutto; in molti altri casi però i lavori vengono interrotti per dar modo alla efficiente e veloce soprintendenza di effettuare sopralluoghi e prendere iniziative. Purtroppo la burocrazia infernale che ci governa ha dei tempi biblici: così spesso ci ritroviamo in città cantieri pluridecennali dentro i quali fanno i nidi le rondini certe, anno dopo anno, di ritrovarli intatti.

L’ultimo reperto è venuto alla luce a Piazza Duomo. Quello stesso Duomo inaugurato nel 1928 dopo la tragedia immane del terremoto di vent’anni prima. Quel terremoto che devastò la città e per colpa del quale i lavori di ricostruzione proseguono tutt’oggi. 108 anni dopo. I lavori di piazza Duomo verranno ora interrotti per altri cento anni?

Perché è da allora che Reggio brulica di cantieri. Un secolo di edilizia rampante, di grandi ricostruzioni e di miracoli in cemento, pietra e asfalto. Una lunga continuità di strade interrotte, piazze sventrate e palazzi edificati. Un “work in progress” interminabile, una monotona rincorsa al miglioramento, una lungimirante opera di rinnovamento dinamico. Reggio non è statica: è in divenire. Un città che “scorre”. Un Panta Rei edile, per la gioia di muratori e capisquadra. Un diluvio di denaro sotto forma di bitume, mattonelle e cemento; una esposizione museale di gru, betoniere e camion.

Fino alla guerra si sono sgombrate macerie e costruiti quartieri e chiese; subito dopo, e per tutto il boom economico, l’edilizia selvaggia ha prosperato come in ogni altra parte d’Italia, colmandoci di meraviglie architettoniche indimenticabili. Poi c’è stata l’era degli affaristi, un intreccio confuso tra costruttori, politici, malavitosi e filosofi.

Quindi è giunta l’era Scopelliti, e il grande sogno della Grande Reggio, a cui è corrisposta una totale modificazione di zone e luoghi tra i più cari agli abitanti, con le periferie ridotte ad appendici inutili e con i segnali del potere e delle genialoidi invenzioni dell’allora amministrazione sotto gli occhi di tutti. E per tutto il tempo, senza più scomodare la politica che è sempre innocente come una gatta cinese, altri enti e soggetti hanno provveduto a mantenere intatto quel senso di totale provvisorietà della città, quella smisurata dimostrazione di efficienza, quella sublime volontà di lasciare un segno tangibile del nostro passaggio dal mondo.

Costruire, rimuovere, rimodernare; spianare alture e scavare fossati, abbandonare il vecchio per il nuovo, e del vecchio fregarsene perché tanto di spazio se ne trova sempre, un tanto al metro; questo è da sempre stato il comune denominatore di qualsiasi reggino con un pizzico di potere. Basta poco, che ci vuole. Chiudi una strada, ne progetti un'altra, il resto si vedrà. Che colpa abbiamo noi se poi da sotto emergono quei rompiscatole di greci che non avevano dove andare a costruire.

Cent’anni di lavori, come cento anni di solitudine. Il mondo infuria e noi lo inseguiamo, senza essere mai pronti. I nostri progetti si misurano sempre sul lungo termine. Abbiate pazienza, stiamo lavorando per i nostri pronipoti. Nel frattempo sorbitevi i martelli pneumatici, le deviazioni e le ruspe.

I reggini hanno il senso del futuro, gli piace giocare con le costruzioni Lego e soffrono di mal della pietra. Forse il terremoto del 1908 lo hanno provocato loro, lungimiranti, sapendo già i benefici che avrebbe portato nei secoli a venire.