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LA RIFLESSIONE. Il Sistema Reggio e la mafia più potente del mondo

LA RIFLESSIONE. Il Sistema Reggio e la mafia più potente del mondo

src   di MASSIMO ACQUARO

- I bar a Reggio sono stati sempre importanti. In genere lo sono un po’ dappertutto, ma in città sono stati e sono un luogo d’incontro privilegiato. Hanno marcato la topografia di Reggio. Se si prende un appuntamento o si vuole indicare un negozio o un ufficio i reggini dicono che è 50 metri dopo il Cordon Bleu o nella discesa del bar Poker o di fronte Malavenda.

Oggi si scopre che il gotha della ndrangheta tra i miliardi di euro della droga e i piani per conquistare il globo si affannava a regolare i problemi di un paio di ritrovi cittadini. La polizia, sia chiaro, ha fatto un buon lavoro. Una retata di boss e picciotti non può che fare bene alla città. L’eclissi dell’Antimafia a pagamento lascia lo spazio alle indagini e ai processi. Fatti e non chiacchiere “da bar”. Insomma, molto bene.

Chiarito questo punto, non si può negare che l’operazione Sistema Reggio esige alcune riflessioni. Da un rapido sondaggio degli esperti, di quelli cioè che di ndrangheta ne capiscono molto e ne parlano poco, emergono due letture divergenti della situazione.

C’è chi sostiene che i bar, gli esercizi commerciali siano le pietre di confine con cui le cosche, da decenni, marcano le aeree di influenza. Sino a lì è cosa mia, dopo cosa tua o cosa vostra. Questo spiegherebbe perché uomini di primo piano (anzi primissimo piano a leggere le pregresse analisi) si sarebbero affannati nel regolare le sorti di questo o quel bar. Roba di una manciata di euro, in fondo, ma irrinunciabile per le cosche reggine. I feudi mafiosi, ossia le zone controllate da famiglie di cui tutti conoscono i nomi, non possono essere abbandonati. Non è questione di soldi, ma di potere e prestigio.

Ora, a ben guardare, le stesse cose vengono dette per la politica o per gli appalti (in città quasi zero): rendono poco o niente, ma il prestigio mafioso esige una presenza e un ruolo.

Non tutti la pensano così. A conti fatti, sostengono, questo benedetto prestigio è cosa faticosa assai e anche pericolosa visto il tintinnio delle manette. Possibile che boss e gregari impegnati, secondo prestigiosi analisti, a conquistare terre e continenti, a scalare borse e società, a riciclare i miliardi di euro dei loro profitti (le stime, in pochi anni e per un comprensibile senso del pudore, sono scese da 44 miliardi a qualche miliardo) abbiano il tempo e la voglia di occuparsi del bar di Ponte della Libertà?

L’idea che questi carbonari dell’Antimafia coltivano in segreto è che mafia e ndrangheta siano in grande difficoltà. Gli arresti ed i sequestri degli ultimi venti anni hanno decimato i clan ed i loro patrimoni. Ne hanno spezzato le unghie. Per cui, esclusi i broker calabresi della cocaina (affaristi del commercio senza coppola e lupara), gli altri starebbero in grande difficoltà. Lo ha ricordato il procuratore Gratteri pochi giorni or sono: l’usura è un affare “giovane” per le cosche reggine. È la necessità di denaro che le spinge al mestiere infame dell’usuraio che di certo non procura né potere né, soprattutto, prestigio.

Se è così, allora le cose sono un po’ più complicate. Nel destino dei bar della città si gioca anche un pezzo della sopravvivenza economica dei boss che, prestigio a parte, devono portare a casa la pagnotta.

Vedremo che succederà. Ma se i miliardi o le centinaia di milioni di euro non spunteranno presto qualcosa dovrà cambiare nella valutazione della lotta irrinunciabile alle cosche. Per vincere meglio e liberarci più presto.