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CITTANOVA. Ancora assolto Nino Cento: il fatto non sussiste. Ma ora ha voglia di andar via

CITTANOVA. Ancora assolto Nino Cento: il fatto non sussiste. Ma ora ha voglia di andar via
Nino Cento   di SIMONA MUSCO
- Dopo la Corte dei conti, anche il gup del Tribunale di Palmi, Paolo Ramondino, ha dato ragione a Nino Cento: la cooperativa Zomaro Resort non ha percepito indebitamente i contributi della Comunità europea. È l’ennesima vittoria amara quella dell’imprenditore di Cittanova, che nelle settimane scorse si è visto recapitare un busta contenente proiettili e minacce.

La sentenza di Palmi, commenta Cento, «ha scritto la parola fine ad un’incresciosa e triste vicenda» che ha visto coinvolti «ingiustamente» il presidente della cooperativa Zomaro Resort di Cittanova ed il suo promotore, Antonio Cento, difesi rispettivamente dagli avvocati Girolamo Albanese e Maria Sicari, del foro di Palmi.

Una storia iniziata a novembre del 2013, quando su denuncia di un ingegnere dell’ufficio dell’agenzia del territorio i responsabili sono finiti sul registro degli indagati per l’indebito percepimento dei fondi comunitari. Un’indagine che nel giugno 2015 portò al sequestro dei conti intestati dalla cooperativa, scongelati poi dal Tribunale del Riesame già ad agosto 2015.

E dopo l’assoluzione dello scorso 17 febbraio da parte dei giudici della Corte dei conti di Catanzaro, ieri il gup ha prosciolto gli indagati perché il fatto non sussiste, riconoscendo «la perfetta regolarità della procedura per la richiesta dei fondi ed il loro ottenimento da parte della cooperativa».

Che, nonostante il “successo”, sta ancora pensando di lasciare la sua terra e consegnare le chiavi del suo resort, un paradiso coltivato a frutti rossi sorto su un terreno. Un’amarezza, la sua, accentuata da quelle minacce intercettate in un ufficio postale di Lamezia Terme, dove è stata individuata una lettera che non lasciava spazio all’immaginazione.

“Sei morto. Sono sotto tiro i tuoi figli, vattene da Zomaro, vattene da Cittanova, porco, lascia stare il Comune”, queste le parole contenute nella busta, assieme a tre proiettili di grosso calibro. «Fare impresa in Calabria è impossibile. Non c’è futuro qui, non c’è futuro per i giovani. E la gente ti guarda male. Mi sono visto chiedere le mazzette e creare nuovi problemi in uffici ai quali mi ero rivolto per risolverne altri. Per avere questo terreno, per valorizzare un bene del Comune, ho fatto 20 giorni di sciopero della fame – ha raccontato -. Abbiamo ipotecato le nostre case per avere un mutuo e la banca ci ha chiuso le porte in faccia, chiudendoci il conto corrente senza motivo. Non abbiamo mollato». Ma ora non ci sta più.