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LA STORIA. Giovanni, il figlio minorenne del boss tolto alla famiglia

LA STORIA. Giovanni, il figlio minorenne del boss tolto alla famiglia

 dlscnz  di SIMONA MUSCO

- Giovanni non ha nemmeno 18 anni ed è figlio di un boss. Il suo è un nome di fantasia ma la sua storia non lo è per niente. È la storia di tanti ragazzi, cresciuti al confine tra bene e male, tra giusto e sbagliato. Un confine che spesso viene violato senza sapere come e perché.

Finire in carcere, per il tribunale dei minori di Reggio Calabria, sarebbe stato il «destino ineluttabile» di Giovanni. Nella «migliore delle ipotesi», aggiungono i giudici. Brutalmente e con le mani che prudono per l’ansia di fare qualcosa. Di doverlo fare. Ed è per questo motivo che ieri gli operatori dell’ufficio servizi sociali per i minori del Ministero della Giustizia e la polizia di Stato hanno allontanato un ragazzino dai propri genitori, legati ad una potente famiglia di ‘ndrangheta della provincia di Reggio Calabria.

Hanno perso la patria potestà, perché portatori di valori devianti. Il giovane, dunque, è stato trasferito in una comunità fuori regione, con l'obiettivo di «offrire al minore un modello educativo alternativo, diverso da quello fino al momento proposto dagli stretti familiari, ispirato ai sub-valori della cultura ‘ndranghetista», si legge in una nota della Questura.

Un metodo, quello dell’allontanamento, nato e studiato proprio a Reggio Calabria, dove il tribunale per i minorenni dice di voler ridurre al minimo il rischio che questi ragazzi si ritrovino senza scelta. Un metodo pensato dal presidente Roberto Di Bella, che ad oggi conta circa una ventina di casi. Il tribunale dei minori, negli ultimi tre anni, è già intervenuto con provvedimenti civili di decadenza della responsabilità genitoriale e, nei casi più gravi, con l'allontanamento dei minori dal nucleo familiare mafioso e l'inserimento in case famiglia.

«Abbiamo deciso di censurare il modello educativo mafioso nei casi in cui arrechi pregiudizio all'incolumità psico-fisico dei minori - ha sostenuto Di Bella in un dibattito al Senato -. Vogliamo mostrare ai ragazzi che esiste un mondo diverso».

Il percorso prevede l’accompagnamento di questi ragazzi dopo la maggiore età fino all'autonomia esistenziale e lavorativa. Perché la scuola, da sola, non è in grado di soddisfare le loro esigenze. Ed è proprio questa la falla più grande da colmare, il limite insuperabile che ha reso i ragazzi cresciuti a pane e ‘ndrangheta più fragili. Per cui «o si interviene sottraendo il minore alla famiglia o il destino del ragazzo è segnato», tuona Di Bella.

Un metodo che il Governatore Mario Oliverio, nei mesi scorsi, ha annunciato di voler abbracciare, aderendo al protocollo “Liberi di scegliere” per «bonificare – questo il termine utilizzato - e recidere le radici e aprire una prospettiva diversa».

Il protocollo, però, non è ancora legge. Ed è per questo motivo che sul web è partita una petizione che ad oggi conta poco più di 600 firme. A promuoverla la giornalista Angela Iantosca, autrice del libro “Bambini a metà. I figli della ‘ndrangheta”. La decisione, presa nei giorni scorsi, del Tribunale dei minori, secondo la questura «si muove nell’ottica di tutelare il minore dal rischio concreto di esposizione a condotte devianti e a un futuro di sofferenza, in cui la carcerazione appare, nella migliore delle ipotesi, come un destino ineluttabile per lo stesso».

Che è quello che pensano anche i firmatari della petizione, su change.org, il portale che ospita le raccolte firme di migliaia di utenti, con un appello alle istituzioni per «salvare i figli della ‘ndrangheta». Bambini considerati “geneticamente” predisposti a prendere la stessa strada dei loro padri, perché nutriti da quei valori e considerati senza vie di fuga. Un terreno scivoloso, un dibattito necessario. Quei bambini, recita la lunga spiegazione che accompagna la raccolta firme, hanno un futuro già scritto, «deciso dalla famiglia in cui sono nati»: carriera mafiosa, prigione e morte.

«Fin da bebè trasportano droga nei pannolini, a 14 anni vengono battezzati, non in chiesa ma secondo i riti mafiosi, imparano a girare il sangue del maiale appena ucciso per familiarizzare con la morte, a 12 anni finiscono sotto processo per omicidio o per concorso esterno in associazione mafiosa, per loro il sangue si lava nel sangue e vendicare una morte fa parte del codice d'onore – spiega la giornalista -. Odiano lo Stato perché gli hanno insegnato ad odiarlo, sputano alla parola carabiniere, si fanno tatuare i carabinieri sotto i piedi per calpestarli mentre camminano». Bambini senza scelta, insomma, per i quali il carcere, secondo la Iantosca, «è un passaggio naturale, anzi il carcere è l’università più efficiente, perché lì puoi rafforzare i rapporti e stringere alleanze».