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L’ANALISI. La bambina di Melito e la banalità del male

L’ANALISI. La bambina di Melito e la banalità del male
ban  Noi crediamo che la frase “Se l’è cercata” racconti con sufficiente precisione il convincimento di gran parte dei cittadini maschi di Melito e, purtroppo, anche di una parte importante delle donne, probabilmente sempre più numerose nelle fasce d’età avanzata. E se al “Se l’è cercata” si aggiungono altre espressioni come (saccheggiamo il bel reportage di Niccolò Zancan sulla Stampa)  “Sapevamo che era una ragazza un po’ movimentata”, “Una che non sa stare al posto suo”, raccolte nella cittadina ionica, diventa evidente che si passa dal racconto sul comune sentire diffuso a Melito, al rilevamento “scientifico” su quel fatto tanto terribile quanto antico e tragicamente banale.

La prima controprova è nel fallimento della manifestazione di Melito. Negli imbarazzi contorti, l’unica cosa trasparente di questa storia, delle istituzioni cittadine a partire dai balbettii del sindaco e dalle sue confuse e improbabili giustificazioni. Nell’incapacità di capire del sacerdote a cui sfugge l’articolazione del male e delle responsabilità e sbotta: “Sono tutte vittime, anche i ragazzi”. E dopo - è il prezzo dell’incomprensione - aggiunge disamante: “E poi, io credo che certe volte il silenzio sia la risposta più eloquente”. Da domandarsi: c’è qualcuno che mette la mano sul fuoco per garantire che i fatti di Melito sono i primi, unici e irripetibili? E quanti sono quelli che non capiscono che più c’è silenzio più si protegge il protrarsi della barbarie?

La seconda controprova è nella piega, spesso affiorata, che scarica sulla cultura mafiosa quel che è accaduto: sia contro la bambina-adolescente, sia per spiegare l’omertà, e perfino quella che si può definire una strutturale incapacità a vedere e capire; una rimozione che non fa più vedere ciò che è sotto gli occhi e il naso di tutti. Sia chiaro: a Melito la mafia c’è, è tra le più potenti del reggino, condiziona e ha condizionato in modo pesante la vita di quella comunità. Ma se non è vero che i boss difendono più l’onore delle donne e delle ragazze, specie le più deboli (in realtà, non è mai accaduto) non è neanche vero che organizzano e proteggono i branchi che lacerano i corpi delle bambine nelle orge sessuali. Nel branco c’era un parente stretto dei Iamonte e parenti di poliziotti: ma giustamente nessuno si sognerebbe di dire che è scattata omertà per la loro presenza; anzi le forze dell’ordine hanno lavorato bene, con determinazione e delicatezza, all’incastro dei violenti.

L’affiorare della spiegazione mafiosa ha tranquillizzato. Ha sminuito la gravità dell’evento consentendo di non guardarlo in faccia né in profondità. Se la colpa è della mafia e della cultura ‘ndranghetista noi che c’entriamo? La ‘ndrangheta (per definizione anche se è una definizione altalenante) è solo una parte della società, tutti gli altri possiamo dormire tranquilli. Non c’è alcuna responsabilità di chi scrive e chi legge. Assolti professionisti, intellettuali, politica, scuola, Chiesa e tutte le mitiche persone perbene, che quando vedono una tredicenne come quella di Melito pensano subito che finirà male perché è una “movimentata che non sa stare al posto suo”.

Fa male dover riconoscere che i fatti di Melito sono troppo gravi per appiopparli solo a quei 14mila abitanti. Eppure lo sappiamo tutti che sarebbe potuto accader in qualsiasi altro posto della Calabria, in uno qualsiasi dei nostri 400 comuni. E sappiamo che sarebbe stato lo stesso film.

La Calabria è una società arretrata. E il punto più delicato della sua arretratezza, come accade in tutte le comunità arretrate del mondo, è la considerazione in cui vengono tenute le donne. Si tiene tutto. Abbiamo fatto passi giganteschi. Migliaia di donne calabresi si sono sobbarcata la fatica di affermare dignità, parità e diritti per tutte, spesso pagando con l’isolamento e la maldicenza sul loro impegno. Ma siamo ancora molto indietro rispetto a un punto accettabile, dignitoso e realmente rispettoso dell’altra metà del cielo.

Se si vuol capire serve uno sguardo lungo andando al di là della bambina, del branco e di Melito. Poche settimane fa una donna è stata sparata alle gambe nel vibonese. Il fratello l’ha punita perché, lei 22enne con un figlio di 4 anni, voleva lasciare l’uomo con cui ha fatto il figlio quando aveva tra i 17/18 anni. Aveva un figlio, lavorava e studiava, forse accarezzando il progetto di spezzare la rete in cui si sente intrappolata. Che c’è di meglio di due colpi di fucile per farle capire come si deve comportare? Passato il rumore delle fucilate qualcuno s’è occupato di lei? O è rimasta sola, magari “incolpata” di aver messo nei guai il fratello che le ha sparato addosso?

E se si indietreggia di qualche settimana ancora, a Mammola un 23enne ha intimidito, incendiando e sparando colpi di pistola contro abitazioni e auto, le donne di “Mammolaepuntolife”, un gruppo che aiuta altre donne in difficoltà a liberarsi da condizioni che non sopportano più. Perché? Perché “quelle lì” pretendevano addirittura di dar sostegno alla madre che voleva separarsi dal padre.

Gravità diverse, certo. Ma la radice è sempre la stessa. Da un lato gli uomini-padroni con addosso e in testa la memoria del loro antichissimo dominio; dall’altro le donne ritenute ancora oggetto, spesso piegate da una società che avvantaggia ed è costruita per il maschio-padrone. Donne che strette spesso dalle contraddizioni di questa società si difendono interiorizzando le regole perverse che dominano in modo spacciato o sottile. Le femmine sono oggetti e un oggetto è sempre di qualcuno, ha sempre un padrone. Un oggetto non può disubbidire. Figuriamoci se può ribellarsi al volere dei padroni. Che quando vogliono devono poterle possedere, come a Melito, o averle accanto, remissive e assoggettate, come sorelle, mogli e/o madri.

E’ con questo che la Calabria civile deve avere il coraggio di fare i conti uscendo allo scoperto.