Direttore: Aldo Varano    

Mana Ji i campi di cotone del Sud

Mana Ji i campi di cotone del Sud
gelsominaie Non si cuntanu pe quantu sunnu/
li bbuci nostri in volu vannu mi caccianu lu virgugnusu dallu sonnu/
l’amanti nostru chi duci ndi duna l’amuri soi cull’addurusu ngannu. 

Da che il mondo è fatto di padroni e sotto, chi, invece di comandare suda, sostiene la fatica col canto. Un fatto, che ci illudono, sia di un passato ormai remoto, e quando ce lo ricordano adornano il boccone amaro con un romanticismo posticcio, del tipo “gli afro-americani hanno inventato il blues raccogliendo cotone, gli spirituals, i gospel sono nati nei campi”. Poi ci mostrano gente allegra che si contende la nota alta, cantando a cappella.

In casa nostra, le mondine erano tutte bellissime e allegre, sempre a cantare e scherzare. E il volto magnifico della Mangano ne ha offuscato il dolore.

Ma quel passato, in realtà, è un passato recente, i campi di cotone, al sud, ci sono stati fino all’altro ieri. Nel sud del sud, la Calabria, i canti delle nostre donne avvolgevano la fatica insieme al profumo del gelsomino, ma sempre una storia di padroni e sotto è stata. Le schiene delle nostre madri si sono piegate e le loro bocche hanno alzato canti d’amore struggente fino agli anni ottanta, quando i socialisti col debito pubblico si sono inventati un benessere popolare che non poteva durare. Il sogno della ricchezza democratica è svanito in fretta e le canzoni sono tornate a volare fino in cielo. La lingua è cambiata. Le donne del sud sono salite sopra mezzi veloci, spopolano la nostra terra per fare le maestrine al nord. Il gelsomino è passato di moda, ma la fatica no; quella, non il lavoro, ce l’hanno rubata i figli di un sud che è più sud del nostro. E a Rosarno passeranno a gennaio otto anni dalla rivolta, la disperazione però sta ancora là, come nel gennaio freddo della richiesta di dignità. Africani e indiani si spostano come lucciole nella notte, con lucine troppo piccole per spezzare il buio dell’egoismo di un mondo che sempre di padroni e sotto è.   Io non le compro più le cassette di arance calabresi, scelgo un giardino abbandonato e me le vado a raccogliere. Perché la Calabria quando è stata grande era Mana Jì, la madre terra, da Bova a Bianco contava ebrei, armeni, curdi, arabi, albanesi. La grecìa della parlata teneva tutti insieme, ma la terra era di tutti, senza padroni e sotto: la Calabria era un immenso campo profughi, che ridava speranza alle disperazioni di ogni dove.