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IL LIBRO. “Quel che resta”. La provocazione di Teti: conservare la memoria è rivoluzionario

IL LIBRO. “Quel che resta”. La provocazione di Teti: conservare la memoria è rivoluzionario
teti “La fame” dei meridionali non era solo la mancanza di cibo, aveva un colore: era “nera”. Fame di pane che diventa tante altre cose, come “la fame di libertà”. Un frammento tratto del libro “Quel che resta” di Vito Teti edito da Donzelli, letto da Cinzia Messina, apre una presentazione dialogante organizzata dal Circolo Calarco, tra lo studioso di S. Nicola Da Crissa e il professore Saverio Pazzano.

“Quel che resta, l’Italia dei paesi, tra abbandono e ritorno” è un “libro di scienza e poesia”, scrive Claudio Magris nell’introduzione, in cui Teti torna ad approfondire un tema caro e inesauribile che cerca di interpretare i luoghi a partire da ciò che rimane. A volte sono solo pietre, simbolo di un mondo che frana, come Amatrice, come reliquie vanno ascoltate, interrogate, scegliendo di prendersene cura. Alcune suggestioni introduttive di Saverio Pazzano invitano alla lettura, partendo dall’inquietudine di coloro che si struggono sulle ragioni del restare e su quelle dell’andare, sentendosi esuli comunque.

La conversazione nasce da una domanda rivolta a Vito Teti : qual è il tesoro recuperato a S. Nicola? L’antropologo risponde che vorrebbe sempre ritornare nei luoghi già visitati e rivedere le persone conosciute, ma è consapevole dell’impossibilità di tale desiderio, che si fa forte la notte quando “sogni, metti insieme ombre, fantasmi”. Compito dell’uomo è affrontare il dolore, il clamore “dei morti che bussano e chiedono udienza, chiedono di essere raccontati”.

Parte il racconto di queste presenze vivissime al tempo dell’infanzia, quando il paese si divideva in quartieri, a volte in conflitto. Morti gli abitanti, caduti gli antagonismi, sgretolate le case, “le uniche due persone rimaste in ostilità, si abbracciano piangendo su quei ruderi muti. Forse perché bisognava proteggere prima quegli orti, quei rioni e le case”. Anche se ancora in piedi, sono vuote. Tale abbandono lacera chi le ha viste piene di vita, ma non rappresentano la stessa cosa per i giovani.

“La mia nostalgia è diversa da quella dei miei figli che fuggiranno e non possono vedere la sofferenza nostra”. Così come non si può immaginare quanto tempo si impiegava da un luogo all’altro di un piccolo paese, una volta che si faceva ritorno da un viaggio. Dalla casa alla piazza un’enormità, perché fermati ad ogni angolo dai paesani che chiedevano. La geografia del tempo è costruita da relazioni, anch’essa è soggetta a scomparire se le vie sono deserte. Le feste tradizionali sono rimaste l’ultimo filo che legava il passato prossimo, gli anni 70 a quello più remoto. Come il Carnevale durante il quale ci si mascherava, i bambini bussavano per chiedere soldini e qualcuno si lamentava per quel fastidio. Oggi la lamentela è diversa: alla porta non bussa più nessuno. La memoria da corale si fa particolare, nelle colorate lettere che giungevano dal Canada, quando Teti bambino immaginava che “il paese non finiva e Toronto era una continuazione, così mi sentivo in qualche modo cittadino del mondo”.

Il paese era paese aperto: gli ambulanti, il cinema all’aperto, gli emigranti che tornavano. E quei compaesani divenuti in Canada chi ministro, chi imprenditore, chi poeta e chi s'è perso per sempre. Il primo vero distacco, dopo la maturità, è stato da Teti vissuto con angoscia e reazioni psicosomatiche forti. Ma: “L’angoscia, la perdita dobbiamo gestirla, controllarla, uscendo, facendo esperienze. Quando vado a Milano, a Toronto, devo confessare, mi sento benissimo. Così emerge la domanda: perché non me ne sono andato? Poi arrivano lettere di persone che sono tornate dopo avermi letto e scatta una sorta di responsabilità”. Scontare la condanna di sentirsi in esilio anche in patria e “appaesati” lontano da casa, può avvenire solo attraverso la costruzione di mondi possibili. Abitare una casa, spiega Teti è vivere relazioni, l’oggi, la quotidianità.

Dire ai giovani: perché non abitate i luoghi dando l’anima a ciò che abitate? Viviamo una grande crisi economica, sociale, politica, mentale. Abbiamo commesso errori gravissimi, come “inventarci che la montagna era un luogo di arretratezza da cui fuggire. La montagna non è stata abitata per fuggire dalla malaria, dai Saraceni, era abitata, come spiega il prof. Domenico Minuto, ancor prima dei coloni greci. E’ un luogo dove tornare, non di maledizione, di condanna, ma una benedizione”.

Così, restare diventa non solo testimonianza personale, ma scelta morale, culturale, politica, etica per costruire insieme agli altri, scuola, chiesa, politica. Un mutamento che recupera il passato e chi resta lo fa per accogliere gli altri, per aspettare gli altri. Lo studioso non può giustamente risparmiare uno strale ad una certa politica. “Per calcolo elettorale la Lega di un tempo, di Miglio e Bossi riprendeva Lombroso per sostenere che i meridionali erano brutti, sporchi, mafiosi…, oggi lo stesso discorso è indirizzato agli immigrati. Possibile, si chiede Teti, che ci sia qualcuno disposto a dare udienza e sostenere Salvini?”. Interrogativo che dovrebbe svegliare le coscienze e scuotere d’indignazione.

Forse dovremmo ragionare e prendere consapevolezza, suggerisce Vito Teti, di quello che resta, di quello che abbiamo, reliquie, canti, poesie dialettali che servano a costruire una identità nuova proiettata verso il futuro, in uno scenario in cui purtroppo gli intellettuali non svolgono pienamente questo ruolo. Così pure il ceto politico ha solo proposte inadeguate. Conservare le rovine cosa significa dunque? Non è operazione reazionaria, oggi i veri rivoluzionari sono quelli che conservano, la Costituzione, il paesaggio da salvaguardare. Di questi tempi conservare la memoria è un atto rivoluzionario.