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LA PAROLA e LA STORIA. Scarfogghia, Peddhicchiusu

LA PAROLA e LA STORIA. Scarfogghia, Peddhicchiusu

scarfo

Scarfogghia, foglia di pannocchia del granturco (lineare e unico il significato per Filippo Condemi, La lingua della Valle dell’Amendolea, Reggio Calabria 2006, ad vocem) con cui si riempivano materassi e pagliericci della gente povera: a me figghia nci desi pe’ dota quattru matarazzi: du’ di lana e du’ di scarfogghi.

Rohlfs, dizionario alla voce, censisce anche scarafugghiu, torsolo della spiga di granturco formatosi, evidentemente, mascolinizzando ciò che le scarfogghie femmine avvolgono e ricoprono.

Lo scarafugghiu tra l’Amendolea e il Tuccio viene chiamato brigghiozzu, da brìgghiu, birillo, sinonimo di pene eretto in tante lingue del mondo, donde il  sintagma molto offensivo: testa di brìgghiu.

L’operazione di scoprimento dello scarafugghiu-brigghiozzu mascolino rientra in un indovinello in rima che, da una apparente allusione sessuale, slitta nella ‘soluzione orticola’: arretu a lu me ortu / nc’è nu beddhu giuvinottu / nci calanu li cazuni / e nci pari u battagghiuni ( dietro il mio orto / c’è un bel giovanotto / gli scendono i calzoni (le foglie – scarfogghie, / -  e gli si vede il gran battaglio).

Da scarfogghia deriva il cognome Scarfoglio, diffuso nella Calabria settentrionale (Bisignano, Luzzi, Grisolia). Rohlfs collega (Dizionario dei cognomi, alla voce) il cognome calabrese ai <<Cartocci della spiga di granturco>> e per quello napoletano propone: <<membrana che copre la cipolla>>; nel Nuovo dizionario dialettale della Calabria aggiunge a questi due significati <<guscio di legume>>.

Un altro esempio di applicazione alimentare della parola mi è stata segnalata dalla professoressa Caterina Provenzano, alto Tirreno cosentino, dove scarfogghi sono le cotiche del maiale bollite nella sugna finché si assottigliano di ogni grasso aggiunto (nella Calabria meridionale si chiamano scorcitte).

Le etimologie possibili della scarfogghia ruotano attorno al concetto di stecco o foglia secca: interessante quella proposta da un dizionario siciliano di metà Settecento: <<Scarfogghia, dicimus scarfogghia di cipudda, a gr. carphòs, stipula sicca>> (Josepf Vincius, Etymologicum siculum, Messanae 1759, alla voce), ove stipula sicca è la stoppia del grano, anch’essa dotata di ‘camicia’ come quella del granturco. 

Il dizionario del Vinci ci ha chiarito l’origine di scarfì, un’altra parola calabrese ormai smarrita: quando occorreva dividere una eredità venivano fatte le quote e poi, per assegnarle agli eredi, iettàvanu scarfì: venivano fatti dei foglietti con sopra indicati i singoli beni e, mediante sorteggio, collegate ad ogni assegnatario, <<Nostri villici, cum aliquid, cui eveniat, sorti committunt, siccis festucis sortiuntur, quod dicunt ittari scarfìi, a gr. carphòs>>.

Un’attestazione ancora più antica della scarfogghia la troviamo in un trattato di ippologia stampato a Venezia alla fine del Cinquecento dove, in una ricetta per combattere la stitichezza del cavallo, si propone di far bere alla povera bestia u intruglio in cui entrano le <<scarfoglie d’aglio>> (Carlo Ruini, Anatomia del cavalo, infermità et suoi rimedi, Venezia MDXCIX, p. 210).   

Ma scarfogghia significava anche cosa sottile: tagghiau na scarfogghia di formaggiu e una di capicollu, e cu nu morsu di pani ndi fici fari menziornu (ha tagliato una sottile fetta di formaggio e un’altra uguale di capicollo, un pezzo di pane e questo è stato il nostro pranzo).

Padre Damiamo Bova (Dizionario del Dialetto Bivongese) propone come etimologia di scarfogghia il greco cserós – secco – fùllo- foglia-o; foglia secca, dunque; ma poi fa un po’ di confusione e aggiunge, ai significati di Rohlfs, <<cavilli, scuse insufficienti, pretesti, raggiri, imbrogli, artifizi, lamentele, rametti che cadono quando si potano gli alberi, pezzettini di scarto di qualsiasi cosa>>.

Questi significati aggiuntivi non hanno nulla a che fare con le scarfogghie ma appartengono alla parola scamogghia – plurale scamogghji - non censita dal domenicano bivongese. Rohlfs, più correttamente, la riporta, scamugghji, <<piccoli rami che cadono quando si potano gli olivi, pretesti, cavilli>> (Nuovo dizionario, alla voce).

Nell’area Tuccio-Amendolea si registra anche l’aggettivo scamogghiusu, persona che va cercando cavilli, attaccabrighe, controversista: <<Non jri cercandu scamogghi!>>, non cercare scuse o pretesti.

Un equivalente di scamogghiusu è peddhicchiusu, persona che invece di guardare al frutto guarda alla sua pellicina, peddhicchia-piddhicchia appunto, (piddhicchi sono i residui del pomodoro da salsa passato al setaccio, e se qualcuna finisce lo stesso nel tegame ci sarà sempre un peddhicchiusu che cercherà di scartarla), che a Melito Porto Salvo è pure soprannome e, soprattutto, è stato quello di Giuseppe Musolino: <<Al paese era soprannominato Piddhicchia … che nei paesi del Reggino vale: attaccabrighe, intollerante di offese e prepotente>> (E. Morselli-S. De Sanctis – Biografia di un bandito, Giuseppe Musolino di fronte alla psichiatria e alla sociologia, Milano 1903, p. 137).

Scamogghia ha una duplice etimologia: a) in quanto <<piccolo ramo che cade quando si potano gli olivi>> di cui parla Rohlfs deriva dal castigliano escamuyar, <<cortar el ramòn a un arbol, hacer una poda somera, dicese especialmente de los olivos ….>>, da cui escamujo, Rama o vara de olivo quitada del arbol, ma anche escamondar e escamondadura, rispettivamente, tagliare i rami inutili e improduttivi dell’ulivo, l’insieme dei rami inutili tagliati)  (Diccionario de la lengua espagnola, Madrid 1956, ad voces); b) il significato di peddhicchia, con voci e significati collegati,  deriva dal latino squama come la voce spagnola escamar.  

 Naturalmente le due parole, scarfogghia e scamogghia intendo, composte da suoni che coincidono per due terzi della loro struttura e con significati contigui (la foglia della spiga di granturco, di cipolla e di aglio, che non era molto distante dalle peddhicchie  di pomodori e ortaggi vari) hanno finito per sovrapporsi ed anche scambiarsi nel magma delle parlate dialettali della Calabria meridionale; fino allo scivolamento in alcuni dialetti della zona jonica reggina dell’uso di scarfogghia nel campo semantico più esclusivo della scamogghia, quello cioè dei <<rami secchi>> dell’olivo. Devo questa segnalazione a Bruno Salvatore Lucisano, poeta tra i più delicati tra quanti si misurano con il nostro dialetto, il quale ha regalato ai suoi lettori un distico di estrema bellezza, con il quale chiudiamo questa voce:

Quanti scarfoggiji ndavi sta livara

tanti bellizzi ndavi sta figghiola.

dove c’è non solo la metafora quantitativa, i tanti rami secchi dell’ulivo e i tanti pregi della ragazza, ma una sorta di ossimoro immaginario e dinamico tra ciò che è ormai secco e improduttivo, gli scarfoiji o scamogghi della livara, e la vitalità estetica (le bellezze plurali) della ragazza e la collegata promessa di fertilità.