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L'ANALISI. Ecco come vengono scippate le università del Sud

L'ANALISI. Ecco come vengono scippate le università del Sud

porganico

Un altro scippo al Sud senza che ci sia una minima sollevazione generale. Sentite un po’ questa, che fa il paio con il noto problema dell’autonomia delle regioni del Nord, già al centro delle attenzioni.

Alle Università italiane viene assegnata ogni anno una dotazione di punti organico (PO), che consente in qualche misura di rimpiazzare tramite concorsi i pensionamenti con le nuove assunzioni. I PO valgono 1,0 per professori ordinari, 0,7 per professori associati, 0,5 per ricercatori. Così, per esempio, se in un Ateneo vanno in pensione 5 professori ordinari, l’Ateneo disporrà teoricamente per l’anno successivo di una quota di 5,0 PO, che potrà utilizzare secondo regole di sviluppo interno e con meccanismi di bilanciamento complicati che non è il caso di descrivere qui.

Senonché, circa otto anni fa iniziò una forte penalizzazione degli Atenei, tale da portare a una situazione in cui la restituzione dei pensionamenti fu dapprima pari a zero, quindi via via è cresciuta fino ad arrivare da quest’anno a uno, cioè alla restituzione completa dei punti dei pensionati. Già così la cosa è grave, in quanto ormai non si recupera ciò che si è perso negli anni di grande restrizione e, inoltre, viene difficile fare progetti di crescita.

Ma l’imbroglio vero è un altro ed è che la quota di restituzione è stata considerata su base nazionale e non locale: cioè, se negli Atenei italiani vanno in pensione in un anno 100 PO e la quota di restituzione è 0,80, vengono restituiti alle Università 80 PO nel complesso, ma ad alcune va di più, ad altre va di meno. Il parametro che determina a chi va di più e a chi va di meno è meritocratico solo sotto il profilo del rapporto incassi/spese (si chiama ISEF) e le Università del Nord – per via delle tasse alte fatte pagare – hanno sempre avuto più di quanto loro fosse spettato come ritorno diretto.
C’è stata così una corsa sfrenata all’aumento delle tasse studentesche, anche oltre il livello massimo di tassazione previsto dalla legge (limite che peraltro fu notevolmente abbassato dal Governo Monti), approfittando del fatto che tale legge non è mai stata fatta rispettare da parte del MIUR.
Quest’anno, ancora peggio, c’è l’aggravante del cosiddetto annullamento della “quota di salvaguardia”, che fissava un tetto minimo al rientro oltre il 100%. Tali norme furono introdotte dal Governo Monti, e sono state applicate con alcune varianti da tutti i governi che da allora si sono succeduti: Letta, Renzi, Gentiloni. In particolare, anche a seguito delle proteste del mondo accademico e di un ordine del giorno presentato dal M5S contro tali modalità di ripartizione, il Governo Renzi, pur mantenendo l’impostazione originaria, procedette a “calmierare” le evidenti distorsioni nel guadagno o perdita di punti organico da parte di un singolo ateneo, introducendo alcune clausole di salvaguardia, poi confermate dal Governo Gentiloni.
In particolare, quest’anno è stata confermata la circostanza che i pensionamenti di un Ateneo possano essere attribuiti a un’altra Università e il Governo del Cambiamento ha eliminato qualsiasi limite superiore al guadagno di punti organico di un singolo Ateneo e ha portato al -50% (nel 2014 era -40%) la perdita massima del turnover di un Ateneo virtuoso rispetto al turnover medio nazionale.
Insomma, si è proceduto con maggior speditezza alla politica del “Robin Hood al contrario”!
È come se, da un anno all’altro, l’equivalente di 280 ricercatori dovessero abbandonare gli Atenei meridionali per essere trasferiti nelle più ricche Università settentrionali. Complessivamente, il Centro e il Sud cedono, rispettivamente, 55 e 85 punti organico a favore nel Nord
Ed ecco che le Università milanesi incassano ben 84 P.O, cioè 168 ricercatori che si aggiungono ai propri pensionamenti; e tutto ciò è sottratto agli Atenei del Centro-Sud. Solo a considerare gli ultimi sei anni, è accaduto che 500 P.O. hanno lasciato il Centro – Sud per andare alle già ricche Università del Nord. E tutto ciò avviene in presenza di situazioni più che virtuose, come quella della Federico II di Napoli, alla quale ritorna appena l’83% dei P.O. spettanti teoricamente: infatti, la regola di ripartizione del turn over sembra non tenga conto del numero dei pensionamenti, che possono variare, anche di molto, da un Ateneo all’altro.

Il prof. Carbone, del Dipartimento di Fisica dell’Unical, ha icasticamente riprodotto su grafici lo “scippo” dei P.O. fatto dal Nord ai danni del Sud, mettendo a confronto la latitudine dei P.O. persi (guadagnati) con la latitudine degli Atenei. Ne risulta una evidente tendenza lineare alla diminuzione delle restituzioni dei PO, andando dal 46° parallelo al 38° parallelo (da Nord a Sud per intenderci), e una altrettanto evidente tendenza lineare all’aumento delle restituzioni dei PO, andando dal 38° parallelo al 46° parallelo (da Sud a Nord, sempre per intenderci).

Morale della favola: ci si chiede che fine ha fatto quell’Ordine del Giorno che i parlamentari del M5S presentarono, ai tempi di Monti, chiedendo”…opportune misure correttive al decreto di ripartizione dei P.O del 2013”, finalizzate a una distribuzione dei P.O. più equa e, in particolare, a permettere alle Università considerate «virtuose» di procedere effettivamente a un turn-over di almeno quanto previsto dalla normativa vigente senza ingiuste penalizzazioni». E ancora «A prendere in considerazione la possibilità di introdurre dei tetti massimi in percentuale agli incrementi dei punti organico dei singoli Atenei italiani», oltre che «a istituire un tavolo di confronto con il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca al fine di individuare possibili ulteriori percorsi correttivi volti ad attenuare gli effetti palesemente sperequativi conseguenti all’applicazione dell’attuale modello di ripartizione».
Chissà se il ministro Bussetti, il meridionale presidente del consiglio e il suo meridionale vice presidente del Consiglio pensano che sia una questione di vittimismo meridionalista oppure di una vera questione meridionale.