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Il LIBRO e il PROBLEMA. de Roberto, la lingua, la guerra, la paura

Il LIBRO e il PROBLEMA. de Roberto, la lingua, la guerra, la paura

derobertoGusmaroli un altro dei lombardi …” Scior tenent, vo mi!”

Un umbro disse… “Pecora nera, pecora bianca: chi more more, chi campa campa”

E un abbruzzese cantilenò: “Lo nasce e lo morì, ‘icca Quagliuccia, …”

Gulizia, il siciliano, …” Ti voli u tinenti, Ricciu.”

Il chiamato, un marchigiano biondo e pallido, … poi disse” N’è vera niente, Gulissia. Mi chiama la morte”.

 7 morti in pochi minuti per difendere una indifendibile postazione di vedetta.

 LA PAURA è un racconto che fa parte del volume La paura e altri racconti di guerra, di Federico de Roberto. Il volume è stato di recente (I edizione 2015, II edizione 2018) pubblicato da Garzanti. Vengono raccolti i racconti della grande guerra scritti tra il 1919 ed il 1923.

Il racconto La paura è stato, e per certi versi continua ad essere oggetto di dibattito:

  • Il ruolo degli autori che non hanno partecipato alla guerra, ma su essa si sono documentati da fonti diverse: i giornali, i soldati e gli ufficiali che tornano dal fronte, i regolamenti militari, gli ordini originali. Oliver Stone di Platoon del 1986 versus Stanley Kubrick di Full Metal Jacket del 1987. Stone ha partecipato al Vietnam, Kubrick no.
  • Il ruolo ed il limite dell’ordine superiore in Guerra: l’ordine palesemente sbagliato che porta alla morte, deve essere eseguito? Caporetto dato quel tipo di ordini era la necessaria conseguenza?
  • L’adesione al nazionalismo comporta l’accettazione della guerra? E allora perché il racconto inizia con un terribile: nell’orrore della guerra l’orrore della natura…

E poi altro ancora.

Probabilmente un tema potrebbe essere maggiormente discusso, ed i lettori hanno la possibilità di esprimere un preciso e proprio giudizio: la questione della lingua e le questioni oggi a questa collegate.

Dopo i promessi sposi, e il risciacquare i cenci in Arno di Manzoni, la questione della lingua è sembrata essere definitivamente risolta.
La Grande Guerra, nel momento stesso in cui chiama a morire per la Patria i cittadini di tutte le regioni italiane, paradossalmente la riapre, e de Roberto lo registra.
Allora la questione diviene, conservare la propria lingua è solo una scelta conservatrice o rappresenta un momento di resistenza all’omologazione culturale?

Dopo de Roberto, alla fine della seconda guerra, viene pubblicato Quer pasticciaccio brutto de via Merulana di Carlo Emilio Gadda. Colpo duro alla certezza della lingua. E poi Fenoglio che con il partigiano Johnny proietta la lingua in un contesto internazionale, prima di tutti gli altri, e ancora più vicino la mossa del cavallo di Andrea Camilleri, con l’alternarsi di lingua ligure e lingua siciliana, in cui il protagonista per immunizzarsi dal contesto in cui viene inviato per indagare pensa e ragiona in ligure, ma al momento del dunque per capire cosa gli sta accadendo riscopre la sua lingua madre.

Il rapporto diviene ancora più difficile: tra lingua madre e lingua franca. La complessità della questione aumenta oggi in un contesto di Brexit, paradosso dei paradossi, con l’Inghilterra che esce dall’Unione europea e l’inglese si afferma come lingua franca incontrastata. La conoscevamo la lingua franca del Mediterraneo, la lingua che dalle Crociate al XIX secolo ha permesso la crescita degli scambi nel Mediterraneo. Sabir che viene parlato in tutti i porti, con cui si concludono gli affari, da Gibilterra a Suez.

Dopo l’esercito nazionale che ha messo tutti insieme, prima la televisione e oggi i social unificano sempre più nella cultura dominante. La questione della lingua forse è stata risolta, l’omologazione culturale forse no.

La paura e altri racconti di guerra, Federico de Roberto, Garzanti, 2015 (I ed.), 2018 (II ed.)

*uniRc