LE RECENSIONI di MARIA FRANCO. Catalogo della casa di Gianni, di Giuseppe Tripodi (Il seme Bianco)

LE RECENSIONI di MARIA FRANCO. Catalogo della casa di Gianni, di Giuseppe Tripodi (Il seme Bianco)

tripo

«Dopo che tornavo dal tabaccaio con il mezzo sigaro (Zi Roccu, ndr) mi regalava una cinquelire con il pesciolino e, in aggiunta, incominciava: Na vota nc’era un vecchiu/chi consàva un saccu vecchiu/ogni tantu dava un puntu/aspettati c’ora v’u cuntu! Io aspettavo con pazienza e inutilmente il prosieguo della storia finché lui, cariatide dispettosa e deforme, pressato dalla mia protesta E chi fattu è chistu? Mancu ‘i deci palori?, non riprendeva il suo chilometrico proseguimento: “Na vota nc’era unu/senza nasu e senza culu! E poi?, chiedevo, assetato del seguito. (…) E poi? E poi? E poi?/ Fìgghia la vacca e faci lu boi!/ E se, non sapendo come fuoriuscire dal labirinto affabulatorio, /protestavo dicendo che quelle erano storie anonime e che avrebbe /dovuto raccontarmi storie con protagonisti che almeno avessero un /nome, la sua risposta arrivava puntuale e in rima baciata: /Na vota nc’era cu nc’era/mastru Nicola c’a ccicculatèra!»

Il bambino assetato di storie, nel corso degli anni è diventato depositario di così tante storie del suo paese da annullare quella sorta di maledizione che pure teme: «L’oblio annebbierà la nostra vicenda umana e, nel giro di una o due generazioni, nessuno ricorderà chi eravamo, da dove siamo venuti e come siamo vissuti. Parleranno dei politici di rilevanza nazionale, dell’emigrazione, della Cassa per il Mezzogiorno, della ndràngheta. Ma nessuno si ricorderà di Cola Ieropoli e del vostro contafiabe».

Nelle pagine del Catalogo della casa di Gianni e altri racconti calabri, di Giuseppe Tripodi edito da Il seme bianco, ‘Ntoni u Murcu, Mbertu Malaspina, maru Don Filippu, Candiloro Toscano, il povero Ciccantoni, alias Cicco il tedesco, Micu Pagghiazzu, Andrea, figlio degenere di Rosario Marrapodi, Carmelo Truscia, commerciante di olio, accanito fumatore, giocatore a oltranza di scopa e calabresella, Cecio Sibilla e tanti altri hanno la vivida concretezza del reale. Peripoli, piccolo paese incuneato tra Bova, Bova Marina e Condofuri, con l’ancora più piccolo Precacore, abbarbicato in montagna – «Itaca di tante piccole iliadi e altrettanto piccole odissee» – diventa non un pezzo della storia del mondo, bensì il mondo.

«Nell’estate dell’ottantotto Cola Ieropoli mi trascinò da Gianni Crocè. Era sulla solita carrozzella, sfiatato dal caldo. Cercava di catturare qualche solitario soffio di brezza che dal mare, attraverso la selva di palazzi che avevano soppiantato il bergamotteto davanti casa sua, saliva verso la collina. E quale brezza poteva passare che Peripoli, nel furore edilizio degli anni sessanta e settanta, tutto cemento era diventato! “Mangiano come se dovessero morire il giorno dopo e costruiscono come se non dovessero morire mai!”, aveva sentenziato, sui siciliani, Luigi Pirandello. I calabresi idem, se non peggio; i peripolani, poi, non ne parliamo affatto.»

È in quella casa che l’autore conosce le tante persone protagoniste dei suoi racconti: «La casa di Gianni era una sezione comunista informale. Per tutto l’arco dell’anno in quanto, quando non era aperta la “Turi Pansera”, era lì che era possibile rintracciare la maggior parte dei dirigenti e dei militanti del partito. Lì si lasciavano i messaggi per gli impegni improvvisi, evitando le forche caudine delle mogli che prima llunchiàvanu i ndrànguli al messaggero e poi senechiàvano fino all’esasperazione i mariti per la convocazione ricevuta. Negli ultimi giorni delle campagne elettorali il luogo, più facilmente accessibile della sezione alle autovetture e alle moto-ape dei militanti, raddoppiava il servizio. Vi si organizzavano le squadre che, alle ventitré del venerdì che precedeva il week end elettorale, partivano dalle periferie di Peripoli e convergevano verso il centro per coprire i manifesti degli altri partiti. (…) La sera dello scrutinio la casa di Gianni diventava centrale di raccolta dati e funzionava meglio di quella allestita in sezione.»

Orologiaio di professione e, come secondo lavoro, gran giocatore di carte – «Giocava a scopa, a briscola, a tresette, a bestia, a sette e mezzo, ma, soprattutto, a calabresella (il tresette con il morto) e a stoppa, il poker dei poveri nel quale si stabiliva in anticipo il massimo e il minimo di ogni posta.» – non solo, contrariamente ai suoi compagni e con grande fastidio dell’autore, non bestemmiava mai, ma aveva anche una fede profonda nel Dio « che ci ha creato e che non ci può abbandonare. O pensiamo che c’è solo questo mondo? Sì esti ccussì allura simu futtuti! Possiamo metterci ad ammazzare, a rubare, a fare rapine perché tanto, dopu chi moru eu mi ndifuttu di cu resta! Oppure crediamo che c’è, che ci deve essere, un altro mondo dove ricchi e poveri, credenti e non credenti, giudici e banditi, chi si batte il petto la domenica e chi digiuna il venerdì, chi vota democrazia cristiana e chi vota partito comunista, chi è cornuto e chi è uomo d’onore, tutti ci salveremo! Perché Nostro Signore ci salverà!»

Il mondo di una piccola sezione informale del Pci, in paesino minuscolo della Calabria, diventa, nell’incisiva narrazione di Tripodi, un piccolo saggio di storia, di sociologia, di antropologia e di linguistica. Chi vuole conoscere la Calabria del dopoguerra troverà in questo, come negli altri libri di Tripodi, a partire dal suo romanzo Cola Ierofani, una straordinaria ricchezza. Un contributo particolare viene da una lingua ben lontana da ogni banalizzazione e appiattimento, resa più sapida da un dialetto di grande bellezza e di notevole forza vitale: un patrimonio culturale e una sapienza popolare che Tripodi custodisce e tramanda alla memoria collettiva.

*Giuseppe Tripodi, Catalogo della casa di Gianni e altri racconti calabri, Il Seme Bianco, 136 p., 13,90 €