LE RECENSIONI di MARIA FRANCO. Giulia e la Luna di Fortunato Nocera (Città del sole)

LE RECENSIONI di MARIA FRANCO. Giulia e la Luna di Fortunato Nocera (Città del sole)

giulia

«Luce divina, perché racconto a Te tutte le mie pene? Tu da lassù vedi tutto e sai tutto delle miserie di noi umani. Ma io debbo parlare con qualcuno, e Tu, in questa notte di plenilunio, sei l’unica entità del creato che riesco a vedere da dietro le sbarre di questa mia prigione, e sento che non sei insensibile alla mia supplica.»

Esiliata dal padre, l’imperatore Augusto, a Reggio – allora Rhegium Julii – Giulia parla alla luna, una delle pochissime cose che le è dato vedere: «Non l’unica in verità: da questa piccola finestra sbarrata vedo pure il mare dello stretto di Sicilia luccicante e riflettente il tuo magico bagliore (…) Scorgo anche i monti siculi dirimpettai che partono dal capo Piloro e corrono verso sud-est;  e, ai piedi di questa turricula, minuscola e fredda, la città di Rhegium, distesa accanto ad esso e tagliata in due dal fiume Apsìa, caro agli dei.»

Rinchiusa già da nove anni nella torre, Giulia non conosce la città, ma la immagina «bellissima»: «S’indovina dalla forma delle sue strade rettilinee ed ordinate, dalle piazze, numerose ed ampie, dai luoghi pubblici riconoscibili anche da lontano, come le terme, l’anfiteatro, il Campo di Marte ed il grande palazzo pubblico del potere romano, sede del Corrector della Regio III Lucania et Bruttii. La Suburra s’indovina là dove la case si accatastano e dove anche di notte si vedono luminarie muoversi nelle strette viuzze per via dei lupanari che Filippo mi dice sempre affollati e delle tabernae. Il faro del porto, poco fuori città, domina con la sua luce le navi dondolanti nella darsena interna.»

Gli odori, i colori della città che le arrivano nella torre-prigione gliela fanno amare: «Amo la sua luce, i profumi di ginestra e di gelsomino che in primavera si spandono per le sue colline, amo le albe rosseggianti, quando il sole si affaccia dall’alto dei monti, e i suoi tramonti che versano sul mare dello stretto una luce magica che colora di rosa il pennacchio di fumo che si alza dal vulcano Aetna (…) A primavera, amo contemplare l’arrivo degli uccelli migratori provenienti dall’Africa settentrionale; sono migliaia: falchi, capovaccai, albanelle ed altre diecine di specie volatili.»

Giulia e la luna di Fortunato Nocera, edito da Città del Sole, è un breve monologo che dà voce all’affascinante Giulia, considerata da alcuni la prima femminista della storia e personaggio tuttora capace di accendere la fantasia di non pochi autori, non solo italiani.

Salvata dalla morte prevista dalla legge per la sua immorale condotta ed esiliata prima a Ventotene e poi a Reggio (legge; salvataggio ed esilio decisi dal padre, il divino Augusto), Giulia trascorre i suoi ultimi anni (morì nel 14 d. C.) in una domus, non lontana dall’attuale via Giulia, affacciata su quello che, oggi, è il Lungomare Falcomatà. E lì la colloca Nocera, ad una finestra che le consente di vedere la luna riflessa sullo Stretto: un momento di intimità in cui poter raccontare i suoi amori ed errori, le turbolente passioni del passato e la solitudine del suo presente.

Molto interessante la vicenda della domus-torre-carcere che la ospita delineata, nella prefazione, da Eleonora Delfino.

Fortunato Nocera, Giulia e la luna, Città del Sole, pp.56