LE RECENSIONI di MARIA FRANCO. E dopo accadde, di Giuseppe Fiorenza (Ferrari editore)

LE RECENSIONI di MARIA FRANCO. E dopo accadde, di Giuseppe Fiorenza (Ferrari editore)

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«Il Valdese imboccò il portico dal cortile d’onore di Palazzo Reale e sbucò nella piazza grande e austera. (…) Dopo aver percorso una ventina di metri, si fermò davanti all’altorilievo di Cristoforo Colombo. (…) La scultura in bronzo era scura; solo il mignolo appariva lucido, di un nitido giallo dorato. Il Valdese lo prese tra due mani e lo strofinò.»

Siamo a Torino, il primo gennaio del 2010, «un Capodanno gelido, il più nevoso degli ultimi cento anni.» Pochi mesi dopo, il 5 giugno 2010, insieme ad una donna chiamata Giuditta, il Valdese rapisce una bambina all’uscita da scuola. La loro macchina percorre «tutta la Casilina, poi prese il Grande Raccordo Anulare, per imboccare, qualche chilometro dopo, la Roma-Napoli. Lasciarono l’autostrada all’uscita di Caianiello. Il Valdese si immise poi su una statale che li portò in una fattoria abbandonata.»

Esattamente un anno dopo, il 5 giugno 2011, dal Museo del Cinema di Torino, il padre della piccola rapita, famoso giornalista televisivo, sta per andare in onda con un talk show che gli è stato ordinato da chi ha rapito la bambina e che, quel programma, con quel titolo, “Una notte per la libertà”, e quei specifici ospiti, ha posto come condizione ineludibile per liberare la bambina.

Sono questi i fili da cui parte E dopo accadde di Giuseppe Fiorenza, edito da Ferrari: un noir molto particolare che intreccia il ritmo e la tensione di un thriller con i tratti del romanzo storico per sboccare in un vero e proprio processo. Un processo ad eventi di quasi cinque secoli fa, svolto con tanto di pubblico ministero, avvocati e giuria popolare, che prende vita, grazie agli esperimenti sulla reincarnazione di un discusso professore universitario, in un set televisivo coinvolgendo milioni di spettatori.

Al centro del processo l’eccidio «delle popolazioni valdesi, allora dette ultramontane, di San Sisto e di Guardia Piemontese, detta allora Fuscalda e poi Lombarda per il solo fatto di aver professato una religione propria, che credeva solo in Gesù Cristo e nelle Sacre Scritture, negava l’autorità del papa e non praticava i riti imposti dalla Chiesa cattolica.»: «Le urla di terrore si levarono alte nella notte. (…) Rantoli, grida, strepiti, pianti, singhiozzi, gemiti, urla di pietà, suppliche di perdono e le fioche luci delle lanterne che vagolavano nei vicoli, incerte come lucciole, popolarono quella notte di giugno a Guardia. Ci volle un’ora, non di più: la vinella che scendeva fino alla porta divenne un fiume di sangue. (…) Il paese era in fiamme e nella calda notte di giugno esalava l’odore rovente, nauseante e rivoltante della carne umana bruciata. Era tutto un groviglio di corpi in quella notte scura. E poi i morti si confondevano con i feriti, e le urla dei feriti si confondevano con quelle di terrore dei prigionieri.»

A ordinare e/o a condurre la strage del 5 giugno 1561 cinque personaggi: due come mandanti, «Michele Ghislieri, Grande Inquisitore sotto il Papato di Paolo IV e Pio IV, Pedro Afan de Ribera, viceré del Regno di Napoli», tre come esecutori, «Salvatore Spinelli, feudatario di Guardia e poi marchese di Fuscaldo, Valerio Malvicino, inquisitore del Sant’Offizio, e Ascanio Caracciolo, commissario speciale.»

Dalla ricostruzione delle loro scelte, nonché dei loro caratteri, dei loro contorti pensieri, dei loro vizi nascosti, delle loro piccole e grandi perversioni (c’è chi si eccita, mentre un prigioniero viene torturato, nel farsi la pipì addosso nei mutandoni rinforzati) riemerge un pezzo di storia misconosciuta: il fatto che, a metà del sedicesimo secolo, «più e più terre di Calabria (…) erano state infettate da una massa ostinata di eretici», repressi violentemente sia dal potere ecclesiastico che da quello politico con don Pedro Alfan De Ribera impegnato nell’attuazione del «grande disegno che gli avrebbe aperto le porte della simpatia e del gradimento estremo da parte di Filippo II e dei successivi sovrani di Spagna: l’introduzione a Napoli dell’Inquisizione spagnola. Sì, proprio a Napoli. A due passi da Roma e dalle ingerenze ecclesiastiche del papa!»

Le domande che ne derivano – Il male è frutto di un’epoca o è presente, con modalità diverse, in tutte le epoche? Possiamo valutare i fatti del passato con i valori etici dell’oggi? Cosa, oggi, incarna le violenze del passato? – sono un cammino, faticoso, verso l’acquisizione della verità, o, meglio, della complessità della verità.

Fatti i conti con ciò che è avvenuto, il Valdese può tornare a Torino in «un giugno torrido, il più caldo da cento anni», nella «piazza grande e austera», cui si sbocca dal cortile di Palazzo Reale, fermare lo sguardo sulla statua che rappresenta l’allegoria della Giustizia, e chiederle: «Finalmente possiamo fare pace. Che ne dici? »

Giuseppe Fiorenza E dopo accadde, Ferrari editore, pp.226, euro 16, 50