Zoomsud in ricordo di Enrico Costa

Zoomsud in ricordo di Enrico Costa

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Di Enrico Costa bisognerà tornare a parlare. Il suo lascito alla città, a partire dalla formazione di intere generazioni di architetti molti dei quali reggini, è per qualità e quantità di quelli che vengono definiti un importante patrimonio culturale. Il romano Costa, come altri intellettuali di prestigio arrivati su questo mare e questo Stretto, di questa città si è rapidamente innamorato ed ha continuato a frequentarla, a lavorarci, a produrre cultura e opinioni, anche quando il suo legame professionale con Reggio era, per lui prestigioso professore emerito, finito per motivi di età. Qui ha pubblicato i suoi libri (città del sole), ha pensato ed ha continuato a vivere intense passioni, ha scritto poesie struggenti come quella che circola in queste ore su Fb e racconta l’emozione e il tumultuoso intrecciarsi dei sentimenti misteriosi con cui avvertiva l’avvicinarsi della propria morte.

Di un intellettuale così complesso e poliedrico sarebbe sbagliato scrivere “subito” utilizzando la sua morte per fare notizia.

Zoomsud, che ha spesso ospitato riflessioni di Costa, che non ci ha fatto mai mancare critiche, consigli e incoraggiamenti fin dal momento della nostra nascita, per ricordare e onorare il Prof ha scelto di ripubblicare due recensioni di Maria Franco. (Zs)

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La Recensione  di Selim e Elisabetta di Enrico Costa  (15 gennaio 2017)
Scrive Enrico Costa che il suo Selim e Isabella (edito da Città del Sole), “né romanzo né raccolta di novelle o racconti”, potrebbe essere definito un “Centone”, ovvero “quasi un Romanzo”, in cui si ritrovano “frasi di scrittori i più diversi tratte da opere le più disparate, alcune molto note e altre meno, incollate fra loro lungo un (…) filo conduttore.”

A me sembra definibile come un libro-fiume, in cui rivi immissari portano acqua alla storia centrale che scorre placida, ma snodandosi con varie insenature, riempie laghi, alcuni più grandi altri più piccoli, si diffonde in fiumicelli emissari che aprono altre prospettive e non ha una foce perché non ha una sorgente. 

O, meglio, la sua sorgente, il suo centro e la sua finalità, e, quindi, l’intercambiabilità tra sorgente e foce, stanno tutti nello stesso dar corpo al mondo immaginario dell’autore. La fantasia di Enrico Costa, nutrita di una cultura poliedrica (la lunga esperienza di professore d’urbanistica; l’amore per l’opera lirica; le approfondite conoscenze letterarie e musicali; il gusto della bellezza, che sia quella di un verso, di uno scorcio paesaggistico, di un dolce; l’affettuosa curiosità verso tutto ciò che è umano) è corroborata da un’ironia ora divertita ora pungente e da un eloquio senza peli della lingua ma sempre elegante.

Su un grande palcoscenico ideale, che va da Napoli ad Algeri, si svolgono, intrecciandosi ma senza unificarsi in un posticcio lieto fine, due opere rossiniane, Il turco in Italia e L’italiana in Algeri: “Due persone fascinose, Isabella e Selim. Personaggi dal carattere romantico, fra emozioni e passioni, il mondo per loro non ha confini. Protagonisti di due storie parallele e speculari, una donna e un uomo che si sarebbero piaciuti all’istante e forse anche amati, se soltanto coloro che li hanno narrati li avessero fatti incontrare almeno una volta. Non fu così e non è stato giusto.”

La rivisitazione dei libretti delle due opere si arricchisce, via via, di riferimenti a favole, a miti, a storie scritte in altri tempi e in altri contesti, ma sempre all’interno dell’ambiente geofisico, culturale, antropologico di un Mediterraneo lontano dalle crociate  e “dove non ci sono sbarchi di disperati né affondamenti con morti in fondo al mare, dove nessuno si azzarda a dire: -Vattene a casa tua che qui ci sono nato io, anzi sono fieri, l’italiano e il turco, il turco e l’italiano, di scambiarsi usanze etradizioni, odori e sapori, baci e carezze e perfino onorificenze.”

“Attraverso Algeri e Napoli, vivificate dalla musica rossiniana, – scrive Enrico Costa – si scoprirà che tutte queste sorelle affacciate sul nostro mare, quasi mai sono gemelle, e che quando sorelle non sono, sono città figlie degli stessi padri e madri, ma anche dello stesso padre e madri diverse, e viceversa di una stessa madre e padri diversi. Alle volte sono sorellastre o semplicemente cugine, poco importa se strette o lontane. E come accade in tutte le famiglie, queste città sono concorrenti, dominanti o dominate. C’è quella che si sposa e genera città, e quella che rimane zitella e s’isterilisce. C’è quella portata a comandare, e che perciò guida le altre. Poi ci sono la gregaria, la colonizzatrice e la colonia, e questa, in certi casi, diverrà a sua volta colonizzatrice. Sono state città concepite nel calore o nel dolore, durante amplessi infuocati, oppure durante violente scorrerie, e quindi, una volta stuprate, sdoppiate per sicurezza sulle colline con tutto il seguito di figli, anche dopo secoli glielo ricordano bene i colori della pelle e i lineamenti di molti di noi.”

In un’atmosfera fiabesca, i due eroi, Selim e Isabella, “raggiungono in un modo o in un altro lei Algeri e lui Napoli, entrambe città ‘figliastre’ e perciò più ritmate di altre. L’una, ritmata dal suono dei tamburi, è periferia ottomana fra la Sublime Porta su Bosforo e il Sultanato di Granada. L’altra, incessante madre di mille melodie, è figlia indomita di cento e cento padri stranieri.”

Insieme a Selim e Isabella, decine di personaggi, popolano questi viaggi, ricchi di dialoghi e di esperienze. L’autore gioca con protagonisti e comprimari, maneggiando con mano lieve e sicura riferimenti storici, ambienti, umane caratteristiche, e anche ogni possibile nonsense (il libro è pubblicato nella collana: La bottega dell’inutile a conferma dello spirito di intelligente divertimento che lo sottende).

Delle cinquecento pagine del libro, una cinquantina sono direttamente dedicate alla Calabria, ripercorsa da Paola a Reggio Calabria attraverso il diario di Ottavio. Tra gli altri, Ottavio incontra Fabio, il cane sciolto della musica locale: “… questa nostra lingua, pure così poetica e musicale, declassata e condannata a essere chiamata dialetto. (…) le mie canzoni le scrivo e le scriverò solo nella mia lingua, e ce la farò a imporla agli altri, quelli che fanno gli istruiti, nobilastri che se ne stanno a Napoli mentre i nostri padri faticano, e qui sul posto fanno una vita grama spezzandosi la schiena su terre avare che chissà perché sono loro.” Fabio sta facendo “il (…) Grand Tour (…) qui in Calabria, che voglio percorrere tutta, paese dopo paese, borgo dopo borgo, montagna dopo montagna e marina dopo marina. Per conoscerla davvero, per amarla di più. Per quanto merita, per come è e per come potrebbe essere.” Ma, il suo, non si chiama Grand tour, bensì scialaruga:” ’Scialaruga’ sono due parole: ‘sciala’ e ‘ruga’… voglio portare lo ‘scialo’, quella nostra convivialità che i non calabresi neanche s’immaginano nelle ‘rughe’, vicoli e viuzze dei nostri paesi dove la musica altrimenti non arriva.”
*Enrico Costa, Selim e Isabella, Città del Sole, euro 18.00

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La recensione di Lessico Lirico di Enrico Costa (31 agosto 2018)

Si può scrivere una sorta di autobiografia utilizzando i versi di decine e decine di opere liriche?

È quello che ha fatto Enrico Costa, già professore di Urbanistica all’Università Mediterranea di Reggio Calabria, col suo Lessico lirico, pubblicato da Città del sole

Dall’infanzia all’avanzata maturità, una vita – anzi tante vite, quella di Lui, il protagonista e di Lei, la coprotagonista, dei genitori, dei figli, degli amici – che si dice, e, quindi, si pensa e si interpreta attraverso le parole del melodramma: «Ormai, fra la fine del Liceo e l’inizio dell’Università, fra vacanze-vacanze e vacanze-lavoro, il suo Lessico lirico aveva assunto una forma complessa tale da poter essere parlato in casa, nello sgomento del fratello, ma con il compiacimento dei genitori. La lettura in quegli anni di Cronaca Familiare di Vasco Pratolini del quarantasette e di Lessico Famigliare di Natalia Ginzburg del sessantatré, lo convinse di quanto i modi di comunicare in famiglia, dando forma linguistica, anche gergale, ai sentimenti e al vissuto dei suoi componenti, contribuissero a formarne e rappresentarne l’identità. Di ciò si rese maggiormente conto e fu convinto quando ebbe la sua famiglia e in quel settantacinque, con l’arrivo di una bambina diventò padre per la terza volta e iniziò a insegnare nell’Università, uscì a compimento di un’ipotetica trilogia di romanzi “familiari”, Vestivamo alla marinara di Susanna Agnelli»

Arricchito da un’erudita bibliografia, Lessico lirico è particolarmente apprezzabile da chi, conoscendo la musica delle varie opere, può leggere il testo come uno spartito a più voci e può suscitare curiosità in chi, ignaro di lirica, si ritrova catapultato in un mondo dove gioia e dolore, vittoria e sconfitta si esprimono nel canto.

Una riflessione originale sulla vita, la morte, l’amore, che si scioglie in un inno a Reggio: «Qui ritornai. Ritornando per tutto il mare nostro/fra l’Europa, Africa e porta dell’Asia/non potevi non amarne le sue genti/ora in pace ora in guerra ma sorelle/ riunite sotto croci stelle e mezzelune/da tante civiltà di una sola sognando./ A trasmettere lezioni di scienza e vita/chiamato accettai fiducioso di trovare/ciò che restava di dilettevol Marina./A Reggio/crocevia del Mediterraneo./ Qui resterò/ Sguardi limpidi di giovani qui trovai/altri velati di tristezza, altri arroganti/tutti al par per me se vuoi cambiare/costumi, pregiudizi, vizi e malaffare./ Fiumi di sangue e violenze non temei/conformismi e convenienze rifiutai/per il bene di figli molto, troppo amati./Fra tanto buio grande luce al fin trovai:/spegnerla ancora? No, restar conviene./ Dove se non a Reggio?/Proprio nel cuore del Mediterraneo/ E qui aspetterò.»
*Enrico Costa, Lessico lirico, Città del sole, pp249, euro 14