VIRUS. La Calabria ai tempi del colera. Morti, rivolte e “untori”. Il caso di Verbicaro

VIRUS. La Calabria ai tempi del colera. Morti, rivolte e “untori”. Il caso di Verbicaro
colera

«Il panico è altamente contagioso, specialmente in situazioni dove nulla è noto e tutto è in divenire» Stephen King

Siamo immersi in questa angoscia da Corona virus tra amuchine e mascherine in un inedito Carnevale del morbo. Non abbiamo mai avute esperienze del genere e siamo spiazzati da autorità che un giorno ordinano quarantene e che quello dopo dicono che tutto va bene. Pensavamo di aver sconfitto tutte le epidemie e di poter essere razionali nell’affrontare con scienza e conoscenza i nemici del nostro benessere sanitario. Invece non abbiamo esperienza nell’affrontare un virus contagioso.

Eppure solo un secolo fa nelle nostre contrade il vaiolo e il colera erano l’argomento ricorrente del quotidiano dei nostri nonni.

Le cronache segnalano che nel 1903, a ben due secoli della scoperta del vaccino, il vaiolo si diffuse tra Cassano, Fuscaldo, Corigliano e Castrovillari. Anche nel capoluogo a Cosenza in venti giorni furono accertati 14 casi. Il potere locale fu molto determinato con il prefetto che dispose la denuncia di ogni caso al sindaco. Le case infette furono chiuse e disinfettate, nel Castello fu posto un Lazzaretto e si dispose la vaccinazione obbligatoria per i 22000 residenti della città. L’epidemia era stata fronteggiata.

Nel 1910 con la diffusione del colera le questioni gestite dal governo Giolitti ignorano i rapporti di sanitari americani che da Napoli hanno segnalato con circospezione l’avanzare della pandemia. I morti sono 6000, 60000 le persone in fuga senza alcuno controllo. Giolitti minimizza. Non vuol sentire.

A Cosenza il passa parola deve essere arrivato. Il sindaco Cundari è preoccupato. Scrive al ministero e chiede che le merci in arrivo restino ferme alla stazione per poter essere sottoposte insieme alle persone coinvolte a suffumigi (che non dovevano essere questo grande rimedio).

Ma Giolitti è negazionista e si oppone con il Positivismo dell’epoca facendo rispondere: “misure chieste codesta amministrazione violano Convenzione sanitaria Parigi”. Le merci e le persone non dovevano essere fermate.

Pochi mesi dopo emblematica e di carattere nazionale la tremenda diffusione del colera nel borgo di Verbicaro. Molto ne sappiamo grazie alla preziosa ricerca svolta da Felice Spingola, che ha anche la specificità di essere stato l’unico sindaco di Lotta Continua in Italia, ricoprirà il ruolo anche in altre aggregazioni, curando delle giornate di Memoria in occasione del centenario del 2011 e dando alle stampe anche con altri autori pubblicazioni specialistiche dedicate alle violente jacquerie che si verificarono in paese.

Nel 1855, durante la terza pandemia di colera, che imperversò in Italia dal 1852 al 1860, con migliaia di morti, il colera colpisce anche Verbicaro, facendo 408 morti dal 16 ottobre al 31 dicembre su una popolazione di circa 4.000 abitanti. I morti registrati a Verbicaro nel 1855, nel Liber mortuorum della Chiesa, furono in totale 644. In media quasi 2 morti al giorno nell’arco dell’intero anno; mentre nei 76 terribili giorni del periodo acuto dell’imperversare del morbo i morti furono oltre 5 al giorno.

Nella tragedia di un paese con i morti neanche seppelliti avanza la credenza che il morbo sia stato diffuso da una polverina messa nella fontana pubblica dai signori del paese. Scatta la rivolta che uccide e rapina i ricchi, il sindaco viene linciato. La gendarmeria arresta e la magistratura condanna. Tutto sembra dimenticato.

In epoca giolittiana alla nuova diffusione del morbo Verbicaro risponderà con le stesse tragiche modalità. Il paese è ancora senza acquedotto come al tempo dei Borbone, non ha una strada di collegamento con il Tirreno cosentino, il 93 per cento della popolazione è analfabeta.

Il colera torna ad uccidere i contadini poveri. Ne muoiono 45 in una settimana. Ritorna la teoria popolare degli untori sociali. I ricchi sono andati in rifugi sicuri. L’acqua sporca della fontana è stata avvelenata dalla “purvareddra”. C’è chi ha visto qualcuno, chi dice che è stata messa nei fuochi d’artificio. Le famiglie ricche, il prete, il sindaco hanno avvelenato il paese che è troppo abitato.

La domenica del 27 agosto 1911  le campane che suonano a stormo non invitano ad andare a messa. Una massa di oltre mille persone armate di attrezzi agricoli e fucili da caccia rimette in scena la rivolta del 1855. Viene incendiato il municipio, assaltata la casa del sindaco nipote di quello ucciso nel 1855, ad un impiegato comunale responsabile dei censimenti un contadino taglia la testa con una roncola. La caserma dei carabinieri viene occupata e i detenuti liberati, distrutto l’ufficio postale, si tagliano i fili del telegrafo. Il pretore di Scalea muore d’infarto nel vedersi la massa inferocita sotto cosa.

Nel pomeriggio i rivoltosi si nascondono nelle campagne. Giolitti che prepara la guerra in Libia e le celebrazioni dei 50 anni dell’Unità, di proprio pugno scrive al prefetto: “E’ una vergogna, procedete con energia, bisogna dare un esempio all’Italia”. Militari e carabinieri invadono il paese compiendo arresti in massa. Arrivano gli inviati dei grandi giornali nazionali. C’è anche Luigi Barzini del Corriere della Sera che si spaccia per commerciante per meglio avere notizie. Il giornale apre con il titolo “Verbicaro in pieno Medio-Evo. L’ossessione atroce di una popolazione”; (http://www.calderano.it/Testi/EmanueleLabanchi/2017/VERBICARO%20E...IL%20CORRIERE%20DELLA%20SERA.htm)

Giolitti dichiara alla Stampa che si tratta di “un episodio di follia collettiva piuttosto un caso di malattia cerebrale anziché di malattia intestinale”. I fatti destarono clamore nazionale al punto che nacque il termine “verbicarismo” che nei vocabolari di primo Novecento indicava ““primitività di istinti e di cultura¸ stato di arretratezza”.

Nessuna misura sanitaria fu predisposta. Solo l’occupazione militare del paese. Gli arrestati furono processati l’anno successivo e difesi dal socialista Pietro Mancini e dai radicali Stanislao Amato e Nicola Serra perché all’epoca la Sinistra sapeva essere solo garantista. Le condanne furono esemplari e andarono oltre le richieste del Pubblico Ministero.

Su quegli antichi fatti la comunità di Verbicaro costruirà un’identità ribelle nata ai tempi del colera.  Come in un romanzo di Garcia Marquez.

*Dr Fondazione Lucana Film Commission