MEDIA e VIRUS. Per qualche copia o ascoltatore di più

MEDIA e VIRUS. Per qualche copia o ascoltatore di più

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Torno a casa sabato 22 febbraio verso mezzanotte dal teatro. Bello pieno, per un gran concerto sulla Nona di Beethoven. Apro la tivù e a mezzanotte ormai passata vedo le immagini di una conferenza stampa del premier Conte sul coronavirus. Penso ad una differita, un servizio registrato. Errore: è in diretta, a mezzanotte e qualche minuto. Dalla sala della Protezione Civile nazionale. È la guerra, pensi. O un nuovo Governo Monti.

E da quella sera è andata avanti così, per altre due lunghe settimane.

  Ora, invece, da giorni sono tutti lì a versare lacrime amare sugli effetti che l’ossessiva campagna mediatica sul coronavirus ha prodotto. Ma i buoi sono già scappati dalle stalle!

 L’Italia è isolata, titolano i giornali. L’economia rischia il tracollo, scrivono altri. Stadi vuoti, teatri vuoti, assalti ai supermercati. Borse in rosso.

Come coccodrilli, gli stessi protagonisti della vergognosa trattazione giornalistica massificata (parole di un grande studioso di massmedia come Maurizio Boldrini), versano lacrime infatti sui risultati ottenuti. E di ciò che resta delle infinite dirette dai luoghi del contagio, sul coronavirus minuto per minuto e sui continui aggiornamenti che hanno teso a dilatare oltre ogni limite l’allungarsi delle nere ombre della catastrofe.

Tutto è stato fatto per qualche miserabile copia in più, per qualche manciata di voti in più, per qualche punto di share in più. Tutto fatto per conformismo professionale e nel silenzio assordante di Ordine dei giornalisti, Sindacato, Gruppi specialistici, Associazioni, sottoassociazioni. Fino a 18 pagine al giorno sui grandi giornali e poi mille inviati dei mille canali che, notte e giorno, controllano chi entra e chi esce dalle zone rosse, inventandosi l’inventabile, cercando testimoni come fosse un bene prezioso, un grande scoop. Inviati della Rai che, nell’intento di mostrare la loro immensa cultura, paragonavano l’ingresso alla zona rossa di uno dei comuni isolati come il nuovo Checkpoint Charlie, il passaggio tra le due Berlino al tempo del Muro. Siamo al ridicolo.

Eccezioni ci sono state, ma si contano sulle dita di una mano. Giuliano Ferrara, nel descrivere sul Foglio la compatta azione di questo esercito di giornalisti schierati nel narrare la melassa “dell’assalto ai forni” e nell’esaltare con formule stereotipate lo spettacolo del dolore, ha scritto: “Il giornalista collettivo è alla continua ricerca dell’uomo che morde il cane, glielo hanno insegnato nelle scuole professionali, e così si trascurano i cani mordaci che ci restituiscono all’ordinaria banalità delle cose e all’assenza di notizie, comprese quelle che non lo erano”. Gran parte del circo mediatico ha invece teso a uniformare la narrazione, a non perdere colpi nel mostrare, possibilmente in diretta, il dramma che si svolgeva nell’italica penisola.

Le topiche della sofferenza (epidemie, carestie, massacri) pretendono una loro messa in scena che, nell’era della cultura e della logica dei media, purtroppo è una messa in scena molto diversa di quella che c’è tramandata dal mondo classico, dalle tragedie greche in particolare. È cambiata la distanza tra il fatto che accade e la sua rappresentazione. È cambiata la potenza e l’uso del mezzo. Nei media, scrive ancora Boldrini, che stanno trasformando l’informazione in intrattenimento e spettacolo, le topiche della sofferenza diventano la stella polare dell’intero sistema.

Luc Boltanski in un libro sui rapporti esistenti tra la morale umanitaria, i media e la politica scrive: “Sappiamo che la messa in scena della sofferenza è una delle principali molle della fiction e che il suo spettacolo è stato quindi considerato come una delle cause del piacere dello spettatore, pur essendo questo fatto, generalmente considerato paradossale ed enigmatico”.

 Torniamo a vivere, con attenzione, ma torniamo a vivere, riempiendo teatri e ristoranti. Non siamo ancora al Giudizio Universale: quando arriverà, se arriverà, sarà annunciato dallo squillar di trombe e dal coro degli angeli. Non dai mezzibusti televisivi.