LE RECENSIONI di MARIA FRANCO. “Nessuna notte è infinita” della calabrese Francesca Pansa, nominato allo Strega

LE RECENSIONI di MARIA FRANCO. “Nessuna notte è infinita” della calabrese Francesca Pansa, nominato allo Strega

pansa

«In quegli anni, molte bambine che nascevano in Calabria si potevano chiamare Maria o Anna o Carmela, Rosa, Teresa, Caterina. Erano i nomi più diffusi e un’Anna e una Carmela c’erano, da quello che ricordo anche nell’albero genealogico. Ma nonna non si era accodata all’abitudine che comunemente replicava i nomi di famiglia in famiglia, di comunità in comunità, da nonna a nipote. Aveva deciso: se fosse stata una femminuccia, si sarebbe chiamata Soave. Soave, un bel nome fin dal suo significato latino, “piacevole”, anche se poco diffuso allora come oggi. Scopro per caso che sono soltanto millecinquecento le donne che in Italia si chiamano così, con la più alta percentuale chissà perché in Veneto e la più bassa proprio in Calabria.»

Intorno alla vita di Soave, sua madre, Francesca Pansa intreccia in Nessuna notte è infinita, edito da Rizzoli, quelle di nonni e altri parenti in una vicenda familiare che, zigzagando nel tempo, attraversa il Novecento italiano e, specificamente quello calabrese.

Ulrico di famiglia «davvero illustre, di origine nobile, quelle famiglie di notabili che hanno fatto la storia del Sud», amico dei capi socialisti, direttore didattico, e vedovo con tre figli, sposa in seconde nozze Enrichetta, «maestra molto stimata a Castrovillari. Dal carattere forte, animata da una grande passione, dotata di una creatività inusuale, di idee e di energia. Tra le prime montessoriane per formazione, era approdata all’insegnamento con l’entusiasmo dei suoi vent’anni e con una (rara pe l’epoca) macchina fotografica. Una vera piccola leggenda per la tenacia, la dedizione, il modo di insegnare. Girava con il calessino per le campagne alla ricerca dei bambini che non potevano frequentare le classi elementari.  I bambini non potevano raggiungere il paese, le famiglie disertavano la scuola? Ci pensava lei, andava a domicilio una volta la settimana, nella giornata di festa o di riposo. Improvvisava le lezioni all’aria aperta e teneva anche un diario in cui raccontava le esperienze e descriveva le sue osservazioni sul campo.»

Francesco ha cercato fortuna in America, «uno dei tanti, uno dei circa trecentomila calabresi, quasi un quarto dell’intera popolazione della regione, che tra il 1880 e il 1910 avevano cercato altrove fortuna, lavoro, una minima possibilità di vita», prima di sposare la maestra Rosina, vissuta in un quartiere povero di Cosenza e che trova lavora a San Pietro in Guarano, «in realtà a un tiro di schioppo, non più di venti chilometri, e oggi sulla superstrada della Sila ci si arriva in pochi minuti, ma allora, tra stradine varie, era quasi impossibile andarci.» Con loro, dopo la morte della moglie Saveria, distrutta dalla fine sul Carso dei due figli maschi, andrà a vivere il “nonno vecchio”; Giuseppe, ciabattino, carattere allegro, che ama parlare per proverbi in calabrese.

Da Ulrico ed Enrichetta nasce Soave, da Francesco e Rosina nasce Ermanno, che si sposano il 1 giugno 1940, nove giorni prima dello scoppio della seconda guerra mondiale. Lui è professore al liceo, appassionato di Bruno e Campanella e, nei primi anni dell’Italia repubblicana, impegnato nel sindacato e nel partito comunista. Lei, dopo aver vissuto dieci anni in collegio a Roma e aver poi, contemporaneamente, lavorato e studiato con il sogno di fare la concertista, è tornata in Calabria e fa l’insegnante di musica. «Quattro figli da crescere, i soldi che non bastano mai, l’età che avanza, il lavoro di cui è tanto orgogliosa, ma che non è quello che avrebbe voluto. È finita in mezzo, stretta tra aspirazioni e doveri. Non riesce del tutto ad accettare la condizione nella quale si trova, ma neanche a combatterla con la sottile voglia di libertà e di evasione, mai gridata ma sempre sognata.» Si spegne centenaria: «Pochi giorni prima di Natale lei mi aveva detto: “Sarà il mio ultimo Natale, ci dovrete essere tutti a tavola, figli e nipoti, dobbiamo essere uniti, prometterci che ci vorremo più bene, che ognuno sia davvero più vicino agli altri, voglio preparare come ogni anno i cuddurielli”.»

È una Calabria del tutto lontana dagli stereotipi, quella della Pansa. Fatta del paesaggio amato di Castrovillari, «quelle belle cime del monte Pollino che vedeva dal balcone», di povertà, umili lavori, emigrazione, intima fede religiosa e sincera passione politica, e, soprattutto, di ceto medio, legato alla scuola.

C’è molta scuola in questo libro, con brani che potrebbero far parte anche di un saggio. C’è molta famiglia, nucleo di affetti che travalicano il tempo. Nella dedica, l’autrice indica ben 49 nomi di donne della sua famiglia, «mamme carissime sempre accanto a noi.» E molte sono le donne in questo libro: non eroine in senso proprio e neppure (proto)femministe, ma costruttrici della nostra migliore realtà: figure portanti della vita familiare, capaci di autonomia di pensiero, lavoratrici instancabili.

*Nella sua lunga storia, (è iniziato nel 1947), lo Strega è stato vinto soltanto da un calabrese, Corrado Alvaro, con Quasi una vita nel 1951. Bisognerà aspettare il 15 marzo per conoscere i 12 prefinalisti e giugno per conoscere i 5 finalisti dello Strega 2020. Intanto, che ci siano ben due libri “calabresi” – con Nessuna notte è infinita di Francesca Pansa, Quello che rimane dei nostri amori di Olimpio Talarico – tra quelli “nominati” è davvero una gran bella novità.