IL LIBRO. La vita di Pacchia di Soumaila Sacko

IL LIBRO. La vita di Pacchia di Soumaila Sacko

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La pacchia, vita di Soumaila Sacko, nato in Mali, ucciso in Italia è un piccolo grande libro di una giornalista brava che non dimentica e che non fa dimenticare.

  ‘’Scrivo di un uomo che non esiste più, di un luogo che non esiste più, di un’ingiustizia che dura’’: e’ il bellissimo incipit di questo volume che noi calabresi dovremmo comprare e poi leggerlo e poi regalarlo affinche’ la nebbia dei tempi non soffochi tutte le emozioni ma anche la rabbia di una storia crudele e drammatica.

   Soumaila Sacko, giovane bracciante e sindacalista Usb originario del Mali, venne assassinato la sera del 2 giugno 2018  a San Calogero, nel vibonese. Il giovane era stato raggiunto da un colpo alla testa sparato con un fucile da caccia, mentre si trovava insieme a due connazionali nell’area dell’ex “Fornace Tranquilla”, una fabbrica di laterizi posta sotto sequestro da 8 anni per l’interramento di 134 mila tonnellate di rifiuti tossici. Aboubakar Soumahoro, dirigente sindacale dell’Usb, quando si apri’ il processo contro il presunto assassino disse queste parole: “Questo processo riguarda un uomo, un padre di famiglia, un attivista sindacale, un bracciante, che non riusciva a vivere con la fatica di un lavoro che svolgeva dall’alba al tramonto e quindi era costretto a vivere tra le lamiere. Chiediamo che sia fatta giustizia, chiediamo che siano fatte verità e piena luce, e chiediamo che nessuno altro essere umano sia mai costretto a vivere tra le lamiere“.

Nel primo quadro del libro di Stancanelli ci sono tre uomini in cammino su una strada che attraversa la campagna calabrese nella luce dorata di un pomeriggio di primavera. È un giorno di festa: il 2 giugno. Festa della Repubblica. La Repubblica fondata sul lavoro. Così dice la Costituzione. È una bella idea, ed è una bella Costituzione. I tre sono alti e sottili, camminano con passi lunghi. Poche macchine li sfiorano, nel pomeriggio di giugno, sulla strada solitaria tra gli ulivi. Vanno a prendere lamiere per costruire una baracca. Una baracca che regga al fuoco. Perché nel luogo dove vivono ci sono baracche che spesso il fuoco divora – di notte sempre, spesso d’inverno, quando il freddo morde e bisogna accendere un fuoco per tenersi al caldo, per tenersi vivi, e c’è chi muore. Muore nel fuoco per non morire di gelo.

  Nel secondo quadro di questa storia c’è uno di quei tre uomini a terra, a faccia in giù. Il sangue gli schizza dalla testa, si allarga intorno al suo lungo corpo raccolto. Gli hanno sparato. Un uomo gli ha sparato con un fucile. Gli ha sparato da seduto: forse per prendere meglio la mira o forse, davvero, solo per stare comodo: perché non si dovrebbe stare comodi quando si spara a un uomo? Gli ha sparato perché prendeva lamiere dal tetto di una fornace abbandonata. In tanti avevano preso le lamiere. Nessuno aveva sparato. Ma l’uomo pensava che quel giovane non avesse il diritto di toccarle. Perché era straniero, perché era povero, perché era nero. 

  Nel terzo quadro di questa storia, a ottocento chilometri dal giovane nero che muore, c’è un uomo con gli occhi a feritoia e una barbetta da gaucho, ha le maniche della camicia arrotolate e un microfono in mano. Non è un banditore di fiera: è un ministro della Repubblica – quella Repubblica che oggi è in festa. Attorniato da una folla entusiasta, l’uomo in maniche di camicia alza forte la voce: “La pacchia è finita”, grida. È degli immigrati che parla. Ce l’ha, dice, con “i clandestini”. “Chi è regolare non ha niente da temere”, dice, ma la sua voce è carica di minaccia. Non dice, l’uomo in maniche di camicia, che ha già un progetto ben chiaro: trasformare quanti più regolari potrà in clandestini. 

  C’è uno strano legame, in quel giorno di giugno, tra l’uomo in maniche di camicia e il giovane in agonia, riverso nel sangue, con le schegge di un proiettile da caccia conficcate nel cranio. Un legame invisibile: nella terra in cui il giovane sta morendo, tre mesi prima il ministro è stato proclamato senatore. Il nome dell’ex ministro lo sapete tutti.

Bianca Stancanelli, giornalista e scrittrice, è nata a Messina e vive a Roma. Ha esordito come cronista nel quotidiano «L’Ora» di Palermo, occupandosi soprattutto di mafia e politica, si è poi trasferita nella capitale dove ha lavorato come inviato speciale per il settimanale «Panorama». 

Ha pubblicato con l’editore Marsilio, oltre ai due volumi di racconti Cruderie (1996) e Morte di un servo (2000), i saggi Quindici innocenti terroristi. Come è finita la prima grande inchiesta sull’estremismo islamico in Italia (2006), La vergogna e la fortuna. Storie di Rom (2011) e La città marcia. Racconto siciliano di potere e di mafia (2016). Con A testa alta. Don Giuseppe Puglisi: storia di un eroe solitario (Einaudi, 2003) ha vinto l’Aquila d’oro al Premio Estense 2003. Nel 2016 le è stato conferito il Premio nazionale Paolo Borsellino.