Disegni, caricature e politica; da Gramsci ad Argiroffi.

Disegni, caricature e politica; da Gramsci ad Argiroffi.

leo

Durante una lezione monotona, una riunione  di lavoro asfissiante, una telefonata noiosa, l'attesa di un esame, un convegno che ci richiede una particolare attenzione … mentre una parte della persona continua il proprio impegno …, può accadere che la mano cominci a segnare il foglio o un qualunque altro supporto, come fosse appunto mossa da un altro pensiero (Nicola Valentino, Arte ir-ritata, Roma 2017, p. 34)   

Rientrano a pieno titolo nell'arte ir-ritata di cui parla Nicola Valentino i disegni e le caricature cui esponenti politici, a volte di primo piano, si dedicano nel corso di riunioni politiche e congressi, magari per difendersi dalle logorree altrui o da lunghi carichi di lavoro.

La pratica del disegno dis-tratto era diffusa all'interno del movimento comunista. Gramsci stesso se ne dilettava: suoi disegni, fumetti e didascalie umoristiche sono contenute in una cartolina inviata alla cognata Eugenia dal sanatorio di Ivanovo in data 16 ottobre 1922 (Noemi Ghetti, La cartolina di Gramsci, Roma 2016, pp. 35-58) mentre un suo conoscente del periodo torinese, Carlo Boccardo, così ne scrive:  

Non credo che molti ricordino Gramsci come disegnatore. Io ricordo la sua tecnica nel disegno: i suoi non erano disegni cubisti, ma erano fatti per tratti di linee rette su carta quadrettata. E se questi disegni erano facce di uomini, i capelli, il viso, gli occhi, erano tutti segnati perfettamente, ma sempre senza nessuna linea curva; di più, il mento era coperto di barba, non una barba fluente ma  una barba di un paio di giorni , realizzata con tantissimi puntini; sopra ogni quadretto  i puntini erano diecine e diecine, disposti con meticolosità e una precisione incredibili. (Gramsci Vivo, a cura di Mimma Paulesu Quercioli, Milano 1977, p. 64):

Questa tecnica di disegnare i volti Gramsci l'aveva sicuramente appresa dal suo coetaneo e  corregionale  Pietro Ciuffo (Cip) che, in occasione del III Congresso dell'Internazionale Comunista che si tenne a Mosca dal 22 giugno al 13 luglio 1921, disegnò famosa un famosa silhouette della testa gramsciana ritratta di profilo, proprio con linee dritte e con tanti puntini al posto della barba.

Emilio Argiroffi era intellettuale finissimo, pittore, poeta e politico di vaglia; gradiva la compagnia dei giovani e, nelle piccole comitive, amava essere al centro dell'attenzione. Ricordo un incontro ad un congresso del PCI a Reggio nel 1979: un compagno di Melito che faceva l'informatore scientifico e lo conosceva bene lo invitò a pranzo. Ci trovammo intorno ad un tavolo e lui monopolizzò quasi interamente la conversazione. Era stato nella Grecia dei colonnelli e raccontava di una manifestazione contro il regime nella quale la parola Eleutheria era rimbombata nei cori dei giovani partecipanti. Poi, di colpo, mi chiese l'età e, alla mia risposta, se ne uscì con un commento che non avrei dimenticato: «I vent'anni sono i più belli: chi non ce l'ha li vorrebbe avere, chi li ha passati vorrebbe tornarci, chi ce li ha non  se ne accorge!».

Era cosi, istrione e piacione avrebbero detto a Roma.

E veniamo alle caricature (non uniche perché molti, che assieme a lui hanno partecipato alla vita del PCI, ne conservano con dedica nei loro cassetti) per Leo Pangallo. Sono due, una del 1982 e l'altra del 15 giugno 1988, fatte nel corso di riunioni politiche: la prima è di profilo e l'altra frontale; segno che dopo sei anni ricordava quella precedente e aveva voluto farne una integrazione o, forse, perché era mutato il punto di osservazione.

Tratto distintivo dei due disegni sono le linee curve, diverse dai diritti segmenti delle caricature   gramsciane; se andate su Wikipedia a leggere il profilo sull'arte barocca vi troverete scritto: «Le inquietudini esistenziali del Seicento si tradussero in mobilità e instabilità: linee curve, serpentine, spirali, torsioni, dominarono la scultura e l'architettura del tempo…». Barocco, ecco una definizione di sé che ad Argiroffi non avrebbe disdegnato. In quella parola rientravano la sua sensibilità, la sua delicatezza e la sua  personalità che non lasciava alcunché all'improvvisazione.

Anche la scrittura delle dediche è molto bella: il tratto curvilineo e continuo, destrogiro (indizio di generosità per tutti i grafologi), omogeneo nell'altezza (autostima) e con firma conforme, indice di ben strutturata personalità. Inimitabili  le interpretazioni letterali (la «a» e la «d»  modellate sulle corrispondenti lettere corsive dell'alfabeto greco), con i capolettera abbelliti con ghirigori in cui prevalgono le forme circolari e a conchiglia (il già detto barocco).

I due disegni hanno nei baffi del descritto il loro elemento comune: nel profilo hanno calatura nietzschiana  mentre in quello frontale fanno aggio, assieme agli occhiali e alla pipa, sugli altri elementi del viso.

Il testo delle dediche stravolge nell'annotazione erotica, l'«indubitabile» «gallismo» del descritto e la sua contestualizzazione nel «partito» ove quel carattere trova estrinsecazione e deve trovare disciplina, l'elemento etimologico: che va sì riferito all'aggettivo greco kalos preso però non nell'accezione ginnasiale di «bello» ma in quella consolidatasi storicamente nell'onomastica calabro-greca: si vedano Rohlfs («dal greco pan-kalos, molto buono», in Dizionario dei cognomi e dei soprannomi di Calabria, ad vocem), l'indimenticato Giovanni Andrea Crupi ( «calà, bene» «calò (to), bene», «calò, buono, abile, capace, sano» nel dizionario allegato a La «glossa» di Bova, ad voces) ed ogni altro buon dizionario che riporta, accanto al significato di «bello», quello integrativo di  «acconcio, adatto, opportuno, buono» (Dizionario greco-italiano, di Benedetto Bonazzi, Napoli 1913) o ritiene questi significati prevalenti e originari: «Kalos-è-on, bello, senso originario integro, perfetto … accostato a sanscr. Kalyah, sano»  (Giovanni Semerano, Dizionario etimologico, Firenze MMII, ad vocem).