cVIRUS. E le mimose fioriscono beffarde nella trincea della vita assediata

cVIRUS. E le mimose fioriscono beffarde nella trincea della vita assediata

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Cosa avranno da festeggiare le mimose? Resistono in un tripudio di colori, e non dovrebbero, hanno spanciato il loro tempo. E il cielo lassù deve aver perso il conto dei giorni, non s’è accorto dell’inverno: dacché traversava l’autunno ingentilito dai castagni e dai faggi, prima con le foglie nelle vivide tinte del distacco e presto scheletri con un groviglio di nudi tentacoli spinti su a pungere le nuvole, a che un unico balzo ed è sconfinato nella primavera, esplodendo in un azzurro che pare lo abbiano riverniciato nella notte.
Ed è sirena oggi il mare: chiama alla spiaggia granulare e dorata. È liscio e calmo, blu cangiante su venature viola. Schiuma appena nell’assalire la riva, si risucchia l’onda, ci riprova, arretra mugugnando il debole fruscio della risacca. Il vento non inquieta l’orizzonte acquoso, non pettina le erbe, non sagoma le facce degli uomini, non rimbalza dai muri lamentando i fischi della sconfitta. Nell’affacciarsi, deve aver impattato sul silenzio, sulle strade deserte, rimanendone sconcertato. E si è ritratto, lasciando una calma piatta, quasi uno stato di sospensione, in attesa del nemico invisibile che arriverà infine, nel respiro di un amico, nelle parole scambiate, nelle vite che si sfiorano.
E che è acquattato nell’ombra, ha mandato le avanguardie, sagome scure che rendono più tenebrosa la notte, avanzerà muto e strisciante, sulle gambe degli uomini, sui passi che prudono d’impazienza, sugli impulsi irrefrenabili di chi indossa l’età degli immortali ma immortale non è.

Beffarda, la natura. Si imbelletta per accogliere la morte.

Beffarda, la morte. Affila la falce. Ha fame di dolore. È cinica e spavalda mentre tende gli artigli, mentre s’appiccica carognosa nel breve tempo interminabile in cui la si avverte nefasta accanto. Pareggia le erbe, siano orchidee o gramigna. Fa morire soli, non una mano cara che conforti la pena, non un viso familiare su cui sfumare lo sguardo, non un sussurro amorevole. Al più, una carezza guantata, la pietà del sorriso di uno in tuta da astronauta, gli accorati addii affidati al buon cuore di sconosciuti in camice. E la si affronta lucidi, tra parole che affiorano faticose, impastate dai tubi, la gola che rifiuta l’aria, il respiro che cede piano, entra in affanno, gracchia raschi, si frantuma in rantoli, fino agli ultimi sussulti, simili al gorgoglio delle bolle solitarie sul sugo che cuoce lento, fino agli occhi che cedono d’inquietarsi, fino al fiato che non restituirà indietro e avvolgerà di silenzio, fino al battito d’ali che trasformerà una vita in un ingombro di cui disfarsi.

“Andrà tutto bene”. È il grido di speranza dell’uomo che si scopre fragile, provvisorio nella caducità del tempo, e in balia del caso, di un attimo in agguato, di passi che non è stato lui a condurre, di incontri che affaticano il cammino, di inciampi al piano.

Fa paura. Ma è così, e niente lagne. C’è bisogno di paura, può soccorrere i giorni alleggerendo l’impatto dell’onda che gonfia e smania per infrangersi, nell’attesa che questa lunga notte si squagli nel giorno.

Sì, andrà tutto bene. E il nuovo inizio ci pretenderà migliori, più umani di ieri, e un unico popolo, come non siamo stati finora.