ECCO IL PRIMO MAGGIO, NEL MONDO E IN CALABRIA (storia cultura e leggenda)

ECCO IL PRIMO MAGGIO, NEL MONDO E IN CALABRIA (storia cultura e leggenda)
  1. maggio 

Da Calendimaggio al primo maggio
Il mese di maggio è mese che stabilizza la primavera. Il nome deriva da Maia, divinità romana madre del dio Mercurio, cui Vulcano sacrificava il primo del mese, kalendae Maiae > Calendimaggio, una scrofa gravida (sus maia-lis) perché la sua prolificità favorisse la fecondazione nella natura.
Maggio era anche il mese della prima aratura (maggese) per i terreni che dovevano essere seminati in autunno.
In età carolingia l'imperatore radunava nei Campi di maggio i suoi feudatari con gli armati che gli recavano per sdebitarsi della donazione feudale; da lì partivano per le spedizioni militari contro i nemici dell'impero.
La chiesa creò nel XVI secolo il Mese mariano  per superare e conservare ad un tempo, come aveva fatto da sempre, le tradizioni pagare o paganeggianti in nuovi «contenitori» cristianizzati. Sicché la Madonna assorbiva in sé le funzioni di protettrice della natura e delle partorienti mentre le tradizioni laiche, festose e dionisiache continuarono ad esistere, magari come sottofondo vulcanico ed orgiastico della dimensione religiosa.

Nella II metà dell'Ottocento il maggio e il calendimaggio assumono un nuovo ed importante significato: siamo a Chicago nel 1886 ove uno sciopero operaio  per la giornata di otto ore, dichiarato il 1 maggio e trascinatosi fino al giorno 4, sfocia in incidenti con la polizia. Un manifestante mai identificato lancia una bomba e uccide un poliziotto. La reazione è tremenda: undici morti, di cui 7 poliziotti uccisi dai commilitoni.
Per quella strage cinque anarchici vengono condannati a morte il 20 agosto dell'anno successivo: uno di essi si suicida facendosi esplodere in faccia un sigaro imbottito di dinamite e gli altri quattro vengono impiccati il giorno 11 novembre 1887.

Il 14 luglio di due anni dopo a Parigi venne fondata la II Internazionale dei lavoratori e fu lanciata l'iniziativa di lotta universale per la giornata lavorativa di otto ore, fissata per il 1° Maggio 1890.
Da allora in poi il 1° Maggio diventa festa dei lavoratori di tutto il mondo con variopinti cortei, a prevalenza di rosso, che sfilano sia nelle grandi metropoli che nei piccoli centri urbani.

Canzoni e componimenti vengono dedicate a questo giorno di festa e di lotta: da Olindo Guerrini (Toccandosi le mani ognun di loro, / cerca il vicin chi sia. / Se i calli suoi non vi segnò il lavoro / quella è una man di spia. … Striscia il gran serpe della folla oscura / dei ricchi in su le porte / dentro nello stupor della paura / si ragiona di morte) a Pietro Gori (Disertate o falangi di schiavi/ dai cantieri da l'arse officine / via dai campi su da le marine / tregua tregua all'eterno sudor! // Innalziamo le mani incallite / e sian fascio di forze fecondo / noi vogliamo redimere il mondo / dai tiranni de l'ozio e de l'or ) ai più recenti Giorgio Gaber e Claudio Lolli.

  1. Due canzoni sul 1° Maggio nella Calabria del I Novecento

b1) Vincenzo De Angelis Brancaleone (RC), 1877-1945, dopo studi di medicina all'università di Messina fu medico nel paese natale fino alla morte. Intellettuale fra i più in vista a Messina e a Reggio Calabria dove, assieme a Gaetano Sardiello (repubblicano) e Guglielmo Calarco (socialista) fondò nel 1909 il periodico «Giovane Calabria».
Per la pubblicazione spese i suoi consigli anche Gaetano Salvemini, docente di Storia Moderna all'Università di Messina sin dal 1901, con una lettera aperta a De Angelis uscita sul periodico «Resurrezione» del 20 giugno 1909 [ora in Italo Falcomatà, Democrazia Repubblicana in Calabria Gaetano Sardiello (1890-1985), Roma 1990, p. 31].
De Angelis fu anche massone e, fondata a Reggio una loggia denominata l'Avvenire sociale, fu anche Venerabile della famosa e prestigiosa loggia denominata 5 martiri di Gerace; delegato al congresso socialista che si tenne ad Ancona nel 1914 (26-29 aprile) avversò, senza fortuna, un ordine del giorno che costringeva i militanti socialisti a dimettersi dalla Massoneria.

Questa poesia, dedicata al 1° Maggio (apparsa di recente su In Aspromonte, 09.06.2015)

Nu jornu u Patreternu si levau,
si fici l'occhi chini di sputazza
e ch'i mani nt'a buggia s'avviau
mi vidi chi si dici supr'a chiazza.

Ma si fici nu mari di fururi
quandu vitti carompula a culuri.

Quandu vìdinu russu sti nimali
pèrdunu sentimenti e ciriveddhu
pirciò chidda jornata fici zali
chi si ntìsiru finu o pantaneddu.

(Fu a) Prima di maju)/ 
/ pe' nu juri russu
(ch)'u Patreternu fici liscia e bussu.

 Il testo, 13 versi senza interruzioni strofiche, va diviso in due sestine (ABABCC – DCDCEE) con la riunione dell'undicesimo verso al successivo, eliminandone l'apertura (Prima di Maju, pe nu chiuri russu); altrimenti ci sarebbe uno scompenso prosodico ed anche metrico rispetto a tutti gli altri versi che sono endecasillabi perfetti. Anche la congiunzione che ad inizio dell'ultimo verso risulta poco giustificabile ed è collegata, nell'interpolazione, all'apertura del verso precedente.

La scelta del dialetto ha carattere minimalista, quasi che l'autore non abbia voluto impegnare le sue qualità retoriche, nonostante egli oratore assai valente fosse. Il risultato è una caricatura senz'altro blasfema del «Massimo Fattor» nella quale evidentemente si compendia l'anticlericalismo di lungo corso metabolizzato nella lunga militanza massonica.

Dio dunque, come un signorotto che si alza tardi e si lava  con indolenza (si fici l'occhi chini di sputazza, letteralmente si lavò il viso con la saliva come fanno i gatti), va in piazza a vedere che si dice e, inaspettatamente, si imbatte nella «rossia» di garofani per la festa del lavoro; sicché il De Cuius, quasi fosse un toro nell'arena, perde il cervello e si infuria per quel rosso, urlando come ossesso (fici zali, fece dei gridi assordanti). E quindi, per un fiore rosso, il Padreterno fici liscia e busssu, cioè batté i pugni sul tavolo come un giocatore di tresette.   

 b2)  Francesco Pulitanò: fu pastore analfabeta di cui Domenico Stranieri, in Aspromonte, settembre 2016, indica soltanto il luogo e la data di nascita (Caraffa del Bianco, 1889), aggiungendo che aveva fatto un viaggio in America prima della Grande Guerra. Seguendo la scheda del biografo scopriamo che «Nella sua vita ha raccolto solo fatica e disillusioni, ma ha imparato a lottare anche con la sua ispirazione ed i suoi versi. Nella sua poesia le necessità e le sofferenze del popolo sono espresse come un lungo grido di rivolta. Egli ha una visione politica piuttosto chiara e completa. In molte delle sue poesie è riflesso il sentimento d’angoscia e di ribellione del popolo contro la guerra, e ha dedicato versi commossi ad Antonio Gramsci. Era  dotato di uno spirito giovanile e combattivo. Per questa posizione insita nelle sue poesie, il parroco del paese gli faceva la guerra.» (Ibidem)

 Primu Maju
Primu Maju benvenutu,                      A
durci simbulu amatu.                          B
Da tant’anni ti si perdutu:                   A
dì un po’: «Undi si statu?»                  B
Chi t’avi trattenutu?                            A
Certu fu lu rinnegatu                           B
Di Benitu, l’omu astutu.                       A
Ma cu sangu l’ha pagatu.                    B
Fu la guerra d’u fascismu                    C
ch’i catini havi spezzatu,                     B
Primu Maju liberatu                            B
Porta a nui la libertà!                           D
Cuntr’a barbari e tiranni                     E
lotteremu sin’a morti,                         F
hannu uccisu a Matteotti,                   G
chista grandi nobiltà!                          H
Si consacri nella storia                        I
stu martiri socialista,                          L
Matteotti alla memoria                       I
pe'  la nostra libertà.                           H
U Savoja già scumparsu                    M
mai cchiù ritornerà;                            H
non misura lu cumpassu,                    M
mai arretu tornerà.                              H
Ndi detti guerra e distruzioni              N
di ricchezzi e viti umani,                    O
ma in Italia li suprani                         O
non regnerannu cchjù.                        P
E si no sempri luttamu                       Q
nt'a fami e nt'o disaggiu,                    R
viva sempri u Primu Maggiu              R
porta a nui la libertà.                           H  

Sono trentadue versi che propongo di distribuire su due quartine, una d'apertura ed una di chiusura, e tre ottave irregolari, terminanti tutte con verso tronco come la quartina di chiusura. Le rime, alternate fino all'ottavo verso, dal nono in poi si sgranano in rime varie su cui spiccano le rime baciate dell'ultima strofa (II e III verso) e quelle della prima e della terza ottava (sesto e settimo verso).
La poesia, insomma, sembra essere composta più per la recita che per il canto e sembra dispiegare una lezione di storia in forma di dialogo. Il poeta saluta il Primo Maggio, dolce e amato simbolo, e gli chiede come mai era da tanto che non si faceva vedere.
«Chi t'ha trattenuto?»
«Dev'essere stato quell'astuto di Benito, ma poi ha pagato col sangue il suo tradimento!» Ed effettivamente il fascismo aveva abolito per decreto la festa del 1° Maggio in data 19 aprile del 1923.

Pregevole l'allitterazione SULLA LETTERA «t» che coinvolge i primi otto versi, con persistenze anche nel resto della poesia.
La terza strofa contiene l'elogio di Matteotti, uomo nobile ucciso da quei barbari e tiranni.
La IV strofa registra l'esilio dei Savoia e la previsione che i re non torneranno più sul suolo italico; «u Savoia già scumparsu» non può che essere il re di Maggio Umberto secondo che, luogotenente  dal 5 giugno 1944, regnò dal 9 maggio 1946 al 2 giugno dello stesso anno, quando nel  referendum costituzionale la repubblica ebbe la maggioranza dei voti.
La chiusa è una promessa di lotta per la libertà a qualsiasi costo, anche in condizioni di fame e di disagio.