INTERVISTA al prof Gullotta. Covid&psiche: una sfida tragica e istruttiva.

INTERVISTA al prof Gullotta. Covid&psiche: una sfida tragica e istruttiva.

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«Il periodo del Coronavirus che stiamo vivendo costituisce un esperimento sociale tragico, inaspettato e per certi versi istruttivo. Questo perché abbiamo assistito al fatto che praticamente il mondo intero si è rinchiuso in casa senza eccessive coercizioni se non fosse la terribile minaccia esterna determinata dalla pandemia. Abbiamo così rinunciato alla nostra vita quotidiana fatta di rapporti interpersonali, viaggi, lavoro; questo indipendentemente dall’età, dal sesso, dal fatto di essere ricchi, poveri, famosi o sconosciuti».

Professor Guglielmo Gulotta, lei è un avvocato penalista e docente di psicologia giuridica. Ma è anche professore di psicologia sociale e nella sua corposa produzione ci sono molte pubblicazioni che riguardano la vita quotidiana, il comportamento sociale e di comunità, i rapporti interpersonali e la comunicazione. Che riflessioni le induce questo periodo che stiamo vivendo del Coronavirus e quali aspettative lei vede e cosa si aspetta a breve e medio termine dal punto di vista della scienza psicologica?
Il periodo del Coronavirus che stiamo vivendo costituisce un esperimento sociale tragico, inaspettato e per certi versi istruttivo.

Perché dice istruttivo?
Perché abbiamo assistito al fatto che praticamente il mondo intero si è rinchiuso in casa senza eccessive coercizioni se non fosse la terribile minaccia esterna determinata dalla pandemia. Abbiamo così rinunciato alla nostra vita quotidiana fatta di rapporti interpersonali, viaggi, lavoro; questo indipendentemente dall’età, dal sesso, dal fatto di essere ricchi, poveri, famosi o sconosciuti. Sapevamo che di fronte ad un pericolo esterno le persone tendono ad aggregarsi mettendo da parte i propri conflitti e le proprie divergenze, per affrontare uno stress così potente come quello che stiamo vivendo; ma qui siamo di fronte ad un fenomeno che riguarda la specie umana nel suo complesso.

E che altro?
Per esempio, abbiamo constatato un fenomeno di altruismo disinteressato - raramente presente in natura perché normalmente rivolto nei confronti di consanguinei - da parte di medici, infermieri che hanno rinunciato alla propria vita familiare mettendo a rischio la propria esistenza. Molti sono morti per aiutare il prossimo. Il giuramento di Ippocrate portato alle estreme conseguenze. Non si tratta solo di loro: Forze dell’Ordine, farmacisti, commessi, sacerdoti... È stato detto da Brecht: “Sventurata la terra che ha bisogno di eroi”. Lui si riferiva, però, ad una parte specifica del pianeta. Invece tutta la Terra è sventurata, abbiamo bisogno di eroi e li abbiamo. Mentre loro sono in prima linea, noi siamo in pantofole, come un esercito di “divanisti”.

E come reagiscono le persone sedute sul divano?
Uno dei riscontri che abbiamo di quello che gli psicologi e gli studiosi del comportamento umano sanno da tempo, è che la nostra condotta è governata dalle caratteristiche personali e dalle circostanze e situazioni in cui ci troviamo. Sappiamo anche che se le circostanze sono pressanti allora le nostre caratteristiche personali tendono a sfumare. Ecco che questo stress esterno ci ha in fondo livellati un po’ tutti, rendendoci consapevoli che facciamo parte di un tutto e che il tutto è parte di noi. Restano, certo, alcune differenze: possiamo dire che ognuno di noi è come tutti gli altri, quindi molto preoccupato per sé e per la propria famiglia, come qualcun altro, che pensa al proprio lavoro o ai propri affetti, e come nessun’altro, e cioè ciascuno, dal punto di vista di quella che chiamo la psicologia traumatologica, ha una sua vulnerabilità. Tenuto conto poi che la risposta allo stress ( e che mega stress è questo!) è aspecifica, ciascuno reagisce a suo modo. Insomma, nel nostro Paese abbiamo visto un cantautore che si è ucciso perché una sua canzone non ha vinto a Sanremo, ma quando gli alleati sono arrivati nei campi di concentramento hanno trovato a Belsen, a Dachau, ad Auschwitz gente che voleva vivere. Questo perché è difficile dire o anticipare come le persone reagiranno in una determinata situazione.

Ma, semplificando, quali sono le reazioni che abbiamo visto?
Potremmo categorizzare le differenti reazioni in una “caratterologia pandemica”. C’è l’ipervigilante, che segue tutti i telegiornali e le inchieste sul Coronavirus ( e le radio, le televisioni, i giornali, sono zeppi di tutto questo) e prende appunti. C’è il confuso, quello che non riesce a capire se e a che cosa serva la mascherina, se i tamponi servono, qual è la vera distanza interpersonale da tenere, non rendendosi conto che la scienza avanza per congetture e confutazioni, proprio come dice Popper. E qui siamo di fronte ad un fenomeno nuovo, per cui gli scienziati stanno congetturando e apprendendo via via.
Poi c’è il negazionista, quello che dice che “no, non è successo niente, si tratta di un’influenza come un’altra, è un’esagerazione, macché aiuti, vengono per invaderci questi medici dall’estero e le limitazioni che ci hanno imposto diventeranno definitive. C’è l’affranto, che sta immobile sul divano in pantofole, inerme e incapace di fare anche solo un’ipotesi di quello che potrà essere il domani. Come diceva giustamente Seneca, “ognuno è tanto infelice quanto crede di esserlo”.
C’è poi il temerario, quello che esce senza mascherina “tanto sono immune non prendo mai neanche un raffreddore...” e ci sono gli annoiati, cioè coloro che si rendono conto che hanno poche cose da fare e molto tempo per farle; nella vita che avevamo prima, la regola era che il tempo che ci vuole per fare le cose dipende dal tempo che si ha a disposizione. In generale, stando alle categorie junghiane, quelli che stanno meglio sono gli introversi e quelli che stanno peggio sono gli estroversi. I primi perché finalmente possono stare per conto loro, cosa che preferiscono, senza sentirsi dire che sono dei “musoni”. Gli estroversi stanno peggio perché vivono soprattutto del rapporto con gli altri e qui, al massimo, se la cavano con qualche “smartphonata”. Ci troviamo calati in questa infodemia, una pandemia di messaggi in cui scienziati più o meno accreditati si mettono a discutere con persone che nulla sanno della materia che essi rappresentano e, agli occhi dello spettatore, le opinioni dell’uno valgono quanto quelle dell’altro. E quindi si crea un disorientamento generale per cui le persone non sanno più cosa fare, chi ascoltare, cosa pensare e a chi credere, non riuscendo a distinguere tra notizia e opinione, soprattutto perché si assiste a dei talk show dove alcuni scienziati si prestano a fare gli opinionisti, gli opinionisti si atteggiano a scienziati e, talvolta, gli scienziati si contraddicono tra loro. D’altra parte, le ricerche ci dicono che normalmente dall’intellettuale noi ci aspettiamo che dica qualcosa di critico, qualcosa in controtendenza. Alcuni studiosi hanno fatto questo esperimento: di fronte ad un brano hanno presentato dei pareri positivi e dei pareri negativi. Poi è stato chiesto alle persone quale di questi due gruppi reputassero più intelligente e si è visto che il gruppo che aveva dato un parere negativo era considerato più intelligente. In una situazione così stressante, in cui ciascuno è costretto a casa propria e privato della dimensione socio- relazionale, bombardato di informazioni discordanti e per nulla rassicuranti, stiamo cercando di tornare ad una quotidianità che abbiamo perso. Per fortuna gli smartphone, i Social Media, Whatsapp, tanto discussi e criticati dagli intellettuali, sono stati la nostra salvezza in questo periodo e tutti abbiamo, io per primo, migliorato il nostro grado di “smartitudine”, essendo l’unico mezzo per avere contatti con la realtà che prima frequentavamo personalmente. Insomma, dobbiamo evitare che una pandemia di carattere clinico diventi una pandemia sociale.

Lei è anche psicoterapeuta. In questi giorni stiamo leggendo molte dichiarazioni di suoi colleghi e di psichiatri che si aspettano che a seguito di questo confinamento forzato, disturbi psicopatologici emergeranno o si rafforzeranno quelli esistenti. Di cosa dobbiamo preoccuparci?
Con riferimento alla vulnerabilità psicologica, tutti noi ci distraiamo dai nostri problemi psicologici lavorando, facendo sport, divertendoci... Per i più fragili il non potere distribuire le proprie energie altrove, dovendo così come tutti gli altri rivolgersi maggiormente in sé stessi, può causare la ruminazione mentale che ha un effetto volano sui disturbi psicopatologici. La mia opinione, però, è che spesso sono inopportune certe dichiarazioni quali “ci saranno più malati, più separazioni, più divorzi”.

Perché scusi? Il pubblico ha il diritto di sapere.
La gente ha il diritto di sapere anche le cose che ora le dico. Esiste un fenomeno che dice che per gli esseri umani se un fatto è reale, esso lo è comunque nelle sue conseguenze. Questo significa che se io credo che una cosa accada, e in questo caso perché non dovrei dato che lo dicono degli specialisti, è possibile che si realizzi e, cioè, che diventi una profezia che si autoavvera. Vede, insieme all’effetto placebo che tutti conoscono, esiste anche l’effetto nocebo: quel fenomeno per cui se mi trattano da ammalato io mi ammalo, soprattutto se le persone che tale mi dichiarano sono rivestite di una certa autorità. Dobbiamo tenere conto che la casualità tipica dei processi sociali può portare a conseguenze difficilmente prevedibili per il principio della eterogenesi dei fini, per cui azioni intenzionali possono portare a conseguenze non intenzionali. Per questo ci vuole prudenza: per evitare, come dicevo, la profezia che si autodetermina, occorre aiutare la popolazione a comprendere e comprendersi, ad aiutare e aiutarsi, ma soprattutto a vivere in una realtà nuova, sconosciuta, con un atteggiamento consapevole. Sa, il rischio è qualche cosa che sta tra la speranza e la paura: se sto verso la paura sono prudente, se sto verso la speranza divento imprudente.

E sui problemi di coppia cosa ci può dire? Aumenteranno le separazioni a causa della quarantena?
Certamente le coppie hanno vissuto una situazione completamente diversa dalla normale quotidianità, specialmente quelle che confliggono e che trovano spesso nella distanza la soluzione, o quelle appena formatesi che si sono trovate a dover condividere inaspettatamente intere giornate. Certi litigi hanno come un termostato: ad un certo punto, quando la temperatura sale, lui salta e allora poi la tensione si abbassa. Magari lei per esempio scoppia a piangere, lui se ne va sbattendo la porta, lei esce e si sfoga con le amiche, si allontanano l’uno dall’altro. Ora tutto questo non è possibile. Può essere che la tensione segua una sorta di escalation; ma è anche possibile l’opposto, e cioè che la convivenza aiuti ad avvicinarsi ai propri figli, al proprio coniuge o compagno.

E lei in questa situazione personalmente come si sente?
Guardi, io aspetto e spero. Abito a Milano, sono in buona salute ma ho più di 80 anni, starò a vedere che cosa mi lasceranno fare, dove mi lasceranno andare. Giorni fa (sabato 25 aprile) ho avuto questo pensiero di cui ho ancora rimorso: “Pensa, meno male, oggi in Lombardia abbiamo avuto solamente 415 morti”. E lo trovavo consolatorio. No, ha ragione Donatella Di Cesare: dovremo per forza istituire un rito pubblico di elaborazione di questo lutto, lutto terribile, di tutte quelle persone, anziane e non solo, morte senza poter avere un conforto o i loro parenti vicino, soli, soffocando.