SAPIENS. La RETE, dal sogno degli albori alla necessità di regole

SAPIENS. La RETE, dal sogno degli albori alla necessità di regole

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Due anni fa moriva John Perry Barlow. Paroliere del gruppo rock Grateful Dead, membro fondatore della Electronic Frontier Foundation, politico repubblicano, egli lanciò da Davos, l’8 febbraio 1996, la Dichiarazione di indipendenza del Cyberspazio. Leggendola, si ha l’idea di come fosse percepita la rete ai suoi albori: un territorio di libertà, autonomia, espressione del pensiero scevra da condizionamenti, proprio come hanno fatto credere per anni i nerd fondatori di Google, Facebook, ecc. ecc..

Barlow si rivolse allora al governo americano per parlare a quelli di tutto il mondo: “Dichiaro che lo spazio sociale globale che stiamo costruendo è naturalmente indipendente dalle tirannie che cerchi di imporci. Non hai alcun diritto morale di governarci …Il cyberspazio non si trova all'interno dei tuoi confini … È un atto della natura e cresce attraverso le nostre azioni collettive. Sostieni che ci sono problemi tra noi che devi risolvere. Usi questa affermazione come scusa per invadere i nostri recinti… Dove ci sono conflitti reali, dove ci sono errori, li identificheremo e li affronteremo con i nostri mezzi…  Questa governance sorgerà in base alle condizioni del nostro mondo, in cui tutti possono entrare senza privilegi o pregiudizi accordati dalla razza, dal potere economico, dalla forza militare o dalla nazione di nascita…in cui chiunque, ovunque, possa esprimere le proprie convinzioni, senza paura di essere costretto al silenzio o al conformismo.

In (tanti Stati) si sta cercando di scongiurare il virus della libertà erigendo posti di guardia alle frontiere del Cyberspazio. Questi potrebbero tenere fuori il contagio per un breve periodo, ma non funzioneranno...Nel nostro mondo, qualunque cosa la mente umana possa creare può essere riprodotta e distribuita all'infinito senza alcun costo…Creeremo una civiltà della mente nel cyberspazio”.

Dopo 25 anni, cosa è rimasto di quel sogno, di quella visione? Poco o nulla.

Un’opinionista del New York Times, Thomas L. Friedman, scrivendo a proposito dell’attuale situazione della Rete, ci fa sentire orgogliosi di essere europei, perché è alla UE che guarda per nutrire la speranza di un cambiamento.

Secondo Friedman, dopo un primo periodo in cui le cose sono andate più o meno per come le immaginava Barlow, l’utopia si è trasformata in distopia, con il cyberspazio che “inizia ad assomigliare a uno stato-nazione sovrano, ma senza confini o governance… (le piattaforme social) possono elevare voci importanti mai state ascoltate prima, ma possono anche consentire a un credente nei laser spaziali gestiti da ebrei, che provocano incendi boschivi, di connettersi con un numero sufficiente di elettori per diventare un membro del Congresso. Possono generare movimenti di massa per l'equità razziale e i diritti delle donne, e anche generare folle per bloccare le vaccinazioni contro il Covid-19 o per interrompere il sacro trasferimento pacifico del potere di una nazione.

Sono stati anche in grado di crescere rapidamente grazie a una legge statunitense – la Sezione 230 del Communications Decency Act del 1996 – che stabiliva che le società di Internet  non potevano essere ritenute responsabili per post diffamatori o falsi da parte di persone che utilizzavano le loro piattaforme, come succede per New York Times o CBS.  Ciò è stato utilizzato da Facebook, Twitter e YouTube per evitare di dover modificare pesantemente i contenuti che hanno pubblicato.

Purtroppo, i nostri legislatori erano troppo bloccati, troppo comprati o troppo tentati di utilizzare queste piattaforme per produrre una legislazione seria. Ecco perché la mia speranza ora è l'Unione Europea. Qualche settimana fa, Ursula von der Leyen ha dichiarato di aver visto la folla inferocita che assaliva il Campidoglio degli Stati Uniti, trovando quelle immagini profondamente inquietanti. “Questo è ciò che accade quando i messaggi diffusi dalle piattaforme online e dai social media diventano una minaccia per la democrazia, ha detto, rimarcando che: "1) ciò che è illegale nel mondo analogico deve essere illegale anche online; 2) le piattaforme devono fornire trasparenza su come funzionano i loro algoritmi; 3) sono necessari elementi chiari affinché le aziende di Internet accettino la responsabilità per il modo in cui distribuiscono, promuovono e rimuovono i contenuti”. L’articolo di Friedman si chiude con una eloquente esortazione: Per favore, Europa, mostraci la strada!

In effetti, è vero che l’UE si sta muovendo con decisione per costruire una serie di regole in un mondo, quello digitale, che somiglia molto al far west. Tuttavia, ci sono alcune considerazioni ulteriori da fare, rimanendo nel campo delle democrazie liberali (Cina, Russia, Turchia ecc. ecc. non fanno testo). L’Europa ha approvato norme sui diritti d’autore per chiedere alle piattaforme di pagare i contenuti provenienti dai media tradizionali mediante accordi con questi ultimi. Fino ad ora, solo in Francia il processo è in fase avanzata, tanto che da più parti si chiede che, durante l’iter di approvazione del dsa e del dma, venga inserita una norma che guardi al c.d. modello australiano, dove le big tech sono costrette, mediante appositi arbitrati, a giungere a un’intesa. Google ha minacciato di lasciare l’Australia, ma staremo a vedere. Intanto, l’UE ha anche annunciato che entro aprile si metterà mano a una normativa sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale, limitandone il campo di applicazione e riservando sempre all’uomo l’ultima parola, e sulla trasparenza degli algoritmi. Non è meno importante il fatto che, di qui a poco, le big tech risponderanno al fisco anche negli Stati europei. Per quanto concerne dsa e dma, però, non saranno certo brevissimi i tempi necessari affinchè  la proposta diventi regolamento, e quindi norma cogente in tutta la UE, tanti e tali sono le pressioni dei giganti di internet. Altra considerazione: gli USA non sono più fermi al palo. Pure la famosa (o famigerata) sezione 230 – invisa a Biden per motivi opposti a quelli di Trump - è in discussione, con un progetto di legge bipartizan che la emenderà delle parti meno digeribili.

Insomma, sembra che dappertutto sul pianeta Terra la stagione del laissez faire volga al termine. Dopo aver setacciato, previsto e condizionato, grazie all’estrazione dei dati da surplus comportamentale praticata in ogni modo, la vita di miliardi di persone; dopo aver lucrato cifre tali da piazzarsi ai primi posti al mondo, i capitalisti della sorveglianza dovrebbero cominciare a fare i conti con un intervento pubblico regolatore che, anche in questo ambito, ha rialzato la testa dopo decenni di liberismo sfrenato.