Reggio e il giornalismo. E su Carta vetrata è discussione

Reggio e il giornalismo. E su Carta vetrata è discussione

cop     di ROMEO DUMAS - L’apparenza è sostanza? Una domanda con un punto interrogativo di troppo quando si parla di media e giornalismo. E quel punto interrogativo non si è mai ripresentato durante il dibattito – tenuto nella sala biblioteca della Provincia di Reggio Calabria sabato sera – attorno all’ultimo romanzo di Paola Bottero: “Carta vetrata” (Sabbiarossa edizioni), un titolo che è già la metafora di un mondo. L’apparenza consacrata a sostanza è la chiave di lettura di una società che trova nell’informazione l’amplificatore delle sue ossessioni e delle sue ipocrisie.

Il romanzo di Paola Bottero, con uno sguardo oggettivo, privo di giudizi morali e per questo portatore di una denuncia priva di retorica, entra in questo mondo, tagliandolo in profondità e mettendo a nudo i meccanismi che ruotano attorno alla spettacolarizzazione della notizia. La storia di un giovane giornalista calabrese, protagonista esso stesso di un fatto di cronaca, diventa così l’asse su cui ruotano tante finzioni che, sommandosi, costruiscono la verità da offrire all’opinione pubblica. Il ritmo incalzante, l’intreccio imprevedibile e il profilo dei personaggi offrono al lettore gli strumenti per togliere il velo da un sistema – quello in cui ciò che accade dovrebbe diventare informazione – ed esprimere autonomamente un giudizio.

I giornalisti spesso hanno pudore ad affrontare questi temi e a uscire dai cliché del giornalismo eroico che ha la “verità” come unico orizzonte: per questo i dibattiti sul giornalismo annoiano a morte chi ha la temerarietà di ascoltarli. Quando si esce dai cliché a volte si compie il miracolo: i dibattiti possono diventare interessanti, profondi, frizzanti, come è accaduto per la presentazione di “carta vetrata”. Merito del libro, che ha ricevuto un consenso unanime. Merito dei relatori, ben miscelati e che per vita e vocazione non stanno dentro gli schemi: Eduardo Lamberti Castronuovo, assessore provinciale alla cultura, imprenditore e editore di Reggio Tv; Aldo Varano, esperto giornalista e scrittore, un passato da inviato di testate nazionali e un presente da direttore di “Zoomsud” e editorialista dell’Ora della Calabria; Luciana Bova Vespro, anima di “Se non ora quando” a Reggio Calabria, attivista dei diritti civili; Josephine Condemi (che ha moderato l’incontro), giovane giornalista e studiosa di media e comunicazione. E, ovviamente, l’autrice di “carta vetrata”, Paola Bottero, scrittrice, giornalista, esperta di comunicazione, editrice.

“Potremmo celebrare un rito laico in cui ciascuno vorrebbe espiare le proprie colpe”, ha introdotto Josephine Condemi. “I ruoli ci sono tutti, ma in realtà il romanzo di Paola Bottero descrive così bene i contorni di un mondo, con i suoi chiaroscuri, con le sue persone e i suoi personaggi, con le sue relazioni strumentali, con i suoi giornalisti che diventano testimonial più che testimoni dei fatti, che la peggior cosa che potremmo fare è ergerci noi stessi a giudici”.

La tentazione di ergersi a giudice non l’ha avuta neanche l’autrice, che a pagina 4 ha pensato bene di avvertire il lettore con una nota: “I nomi, i fatti, gli intrecci, le storie e i personaggi di questo romanzo sono frutto di mera fantasia. A chiunque dovesse riconoscersi, in toto o in parti pur esigue, posso solo dare un consiglio: si inizi a curare. Sul serio”. Un consiglio che Lamberti Castronuovo vorrebbe dispensare urbi et orbi. “I personaggi di Paola sono di fantasia? Sì, eppure leggendo questo bellissimo libro sono stato in grado di attribuire un nome e un cognome a ciascuno di loro. L’azione si svolge a Reggio, Catanzaro e Roma, ma potrebbe svolgersi ovunque. L’autrice dimostra una conoscenza impressionante di questo mondo: per me questo libro rappresenta un grande atto di denuncia e allo stesso tempo un grande trattato di etica della comunicazione. Carta vetrata toglie quella patina che ci rende insensibili e ci fa accettare qualunque cosa senza protestare”.

Aldo Varano, polemista per vezzo, questa volta ha preso in contropiede i presenti dichiarando di non avere nulla su cui polemizzare. “Anzi, sono spudoratamente dalla parte di carta vetrata. C’è un passaggio del libro che racconta di una conferenza stampa importante. Le regole dovrebbero essere semplici: il giornalista si mette davanti, pone le domande e poi racconta le risposte. Con una perfidia priva di pudore, invece, Paola si mette dietro la conferenza stessa, la costruisce prima. Perché il problema non sono le domande, ma quello che si vuole fare apparire. Il protagonista ha già le risposte pronte, perché le domande sono già state scritte; quella che dovrebbe essere una conferenza stampa è solo una finzione, un imbroglio”. Aggiunge Varano: “La scelta del mestiere del protagonista del libro, a mio avviso, è stata quasi obbligata. Se il problema della società è apparire, ciò che viene a galla è necessariamente il mestiere di giornalista. Peraltro qui si parla di un mestiere che è stato svuotato: stiamo andando verso un mondo in cui giornalisti e lettori saranno la stessa cosa. È inevitabile. Afferrando il cellulare, sparando otto fotografie e postandole su Facebook, ciascuno può diventare un giornalista”.

Un altro punto di vista sul libro è quello di Luciana Bova Vespro, colpita dalla capacità di Paola di rappresentare il protagonista: un personaggio maschile moderno, che non ha abbandonato i valori perché non li ha mai avuti. Il protagonista non è frutto di un’involuzione, “è” semplicemente così, con il suo essere “maschio” a due dimensioni, quelle dell’apparenza e dell’assenza totale di valori. Allo stesso tempo i personaggi femminili del libro hanno una forte caratterizzazione, con “qualità” che banalmente sono spesso associate al mondo maschile. “Un libro avvincente, che per alcuni versi assomiglia a un thriller, con questa distonia totale tra ciò che il protagonista pensa e fa, con l’abbattimento di migliaia di stereotipi”.

La sindrome dell’applauso, la sindrome del consenso ad ogni costo, ma anche l’assenza di tempo come metafora del vuoto che accompagna le nostre azioni, sono alcuni dei concetti che hanno introdotto l’intervento di Paola Bottero: “C’è un piccolo Demi dentro ciascuno di noi, qualcuno ha detto. Ciascuno cerca l’applauso, ciascuno si compiace. C’è un limite però. Il punto è capire fino a che punto ci sia condivisione e dove inizi l’appiattimento verso il basso. Non credo che il giornalismo sia morto, credo che noi giornalisti stiamo uccidendo il giornalismo. Quel giornalismo che io ho amato, amo e amerò per sempre, quando è il watch dog, il cane da guardia del potere, quando consente alle persone di conoscere la realtà. Oggi quel giornalismo non c’è più, anche se fortunatamente esiste ancora chi cerca di raccontare la verità oltre una superficialità che omologa tutto. Il libro nasce da un’esigenza: recuperare i valori che abbiamo perso”. Paola Bottero ha spiegato che “carta vetrata non dà risposte, ma rappresenta un’espulsione delle mie domande: c’è un germe in ciascuno di noi, l’importante è conoscerlo e decidere da che parte stare”.

Conclusione di Josephine Condemi con una frase di Calvino dedicata a Sabbiarossa edizioni: “Quello che serve di questa letteratura è proprio quel tanto di agrume che ancora contiene, quei granelli di sabbia che ci lascia tra i denti”.

Conclusione nostra: giornalista è sempre meglio che lavorare. Peccato che apparire sia ancora meglio.