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IL PREGIUDIZIO CALABRIA/3. Il terremoto e i calabresi da ribelli a briganti (e poi untori)

IL PREGIUDIZIO CALABRIA/3. Il terremoto e i calabresi da ribelli a briganti (e poi untori)

bri      dI GIUSEPPE GANGEMI - Il terremoto del 1783 ha portato in dote ai Calabresi l’immagine stereotipata secondo la quale, malgrado la storia e le statistiche individuino nella Basilicata e negli Abruzzi le terre dei briganti,

briganti sono soprattutto i Calabresi. E nei teatri napoletani, dalla fine del Settecento in poi, il Calabrese che apre il tabarro trasformandolo nell’immagine delle ali aperte di un pipistrello, e faceva ridere, smette di far ridere. Il Calabrese viene rappresentato sempre con il tabarro, ma non lo apre più per far ridere. Anzi, gli si mette in mano uno schioppo.

Il viaggiatore Bartels sostiene che di briganti non ne ha visti in Calabria: “Ecco, amico mio, i briganti e gli assassini di cui la Calabria dovrebbe esser piena! Già in un’altra occasione vi ho esposto le mie congetture sull’origine di questa leggenda”. Queste congetture erano il “segreto” di cui si è detto: la paura della rivoluzione, tentata alla fine del XVI secolo da migliaia di seguaci di Tommaso Campanella. Quando ancora era mezzo convinto che i briganti calabresi fossero un vero problema per la Calabria, Bartels ha anche ipotizzato che i Calabresi si trasformino in briganti per la disonestà dei governanti o dei sottoposti dei nobili e per il bisogno di ottenere quella giustizia personale che le istituzioni loro negano. Bartels parla, infatti, del brigante come di colui che “è costretto a procurarsi con la violenza il pane che con la violenza gli è stato tolto di bocca”.

Briganti o guerrieri? Me lo domando ogni volta che guardo le foto dei Calabresi realizzate subito dopo l’invenzione della fotografia. Le donne vestono nei variopinti colori regionali, che si possono immaginare essendo le foto in bianco e nero, e i maschi oltre al costume, hanno solo un fucile. Sono i fotografi che piazzano loro in mano quel fucile perché non è credibile che il contadino calabrese se ne vada in città, dove ci sono gli studi fotografici, con la proibitissima arma. Il Calabrese, infatti, il fucile lo usa solo per andare a caccia e, quando va in campagna, al massimo ha il coltello da pota e una scure.

Si vede che sono i fotografi a consegnare le armi per farsi fotografare per il fatto che sono, spesso, fucili di foggia antica. Ma qualche volta, i contadini hanno un revolver, magari una colt come quella dei cow boy non ancora divenuti mitici con l’epopea western.

Nel corso del terremoto, si tentano altre due denigrazioni (oltre quella dei briganti) dei Calabresi: li si accusa di essere saccheggiatori per vocazione (o istinto naturale) e persino untori. Il problema è che il terremoto del 1783 ha provocato una terribile epidemia che, secondo le reticenti fonti ufficiali napoletane è durata sei mesi, e secondo un Protopapa di uno dei paesi colpiti dal terremoto è durata più di un anno.

Occorre attribuire agli stessi Calabresi la responsabilità di questa epidemia. Se ne assume, per prima, il compito la stessa Commissione reale inviata dal governo, per fornire una descrizione “scientifica” degli effetti materiali e sociali del terremoto. Nella relazione finale, viene inserita una stampa che è chiaramente fraudolenta (il profilo del lago contrasta con il disegno del lago visto dall’alto esibito in altra parte della relazione). Si tratta della stampa del lago di Santa Cristina che non viene disegnata sul posto (anche perché la descrizione del viaggio fatta dalla stessa Commissione rivela che non sono riusciti ad arrivare al punto di prospettiva in cui dovrebbe essere posizionato il disegnatore e perché la Commissione passa rapidamente, senza fermarsi, da quei luoghi). La stampa è stata disegnata, probabilmente a Napoli, a tavolino. Questa stampa tende a presentare l’ipotesi che il contagio che ha prodotto l’epidemia è stato portato da quanti si dedicavano a pratiche di sciacallaggio. Questi, dice la spiegazione della stampa, vanno a cercare preziosi tra le rovine, toccano cadaveri e si trasformano in untori. La stampa mostra quattro persone (non si capisce se ubriache o danzanti) che bruciano tre teschi in un falò.

Solo che non si capisce perché degli sciacalli dovrebbero fermarsi a bruciare i cadaveri (e rendersi, con il fumo, manifesti a tutti) invece di scappare con il bottino.

Una analoga accusa la fa, nove anni dopo il terremoto, un onesto intellettuale che viaggia in Calabria come osservatore del governo. Egli descrive luoghi insani e laghi di acque putride, ma non dice che i laghi sono responsabilità del governo che è intervenuto poco e male nella ricostruzione (e ha incamerato nell’erario metà dei fondi della Cassa Sacra che dovevano servire alla ricostruzione). Aggiunge, poi, che c’è molta sporcizia e che c’è la sbagliata pratica di coabitare con gli animali. A parte quest’ultimo particolare, niente di diverso (e forse anche una sporcizia più sana) di quanto riscontrabile nelle periferie operaie delle città industriali d’Europa.

Per quanto riguarda gli animali, non necessariamente implicano sporcizia. Ho ancora il ricordo delle case a tre piani dei contadini dell’Aspromonte. Dalla parte verso valle si entrava nella stalla. Per andare a casa, si saliva alla via superiore e si entrava in un secondo pianterreno reso possibile dal ripido pendio della crosta di monte. In questo secondo pianterreno, si trovava il bagno, una stanza con gli strumenti di lavoro e la stanza con il braciere, per accogliere gli ospiti. Al piano superiore, la cucina e le camere da letto.

Così era, almeno, la casa dei miei nonni materni. La pulizia era garantita a tutti i livelli, a cominciare dalla stalla, nella quale spesso entravo e trovavo la paglia sempre pulita, essendo cambiata frequentemente. Ogni cambio della paglia implicava, da parte dei miei zii, la pulizia del pavimento in terra.

Difficile pensare che questa situazione, durata fino agli anni Cinquanta del secolo scorso, potesse essere stata la causa dell’epidemia del 1783. Ed, infatti, le epidemie erano frequenti come altrove, e forse meno frequenti in Calabria. La gravissima epidemia del 1783/84 venne dai laghi putridi formatisi dopo il terremoto, che gli ingegneri inviati da Napoli pensarono, a torto, di non vuotare.

*docente università di Padova