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L’urlo di Reggio: prima di tutto il Nord (e Salvini)

L’urlo di Reggio: prima di tutto il Nord (e Salvini)

lrl     di ANTONIO CALABRÒ -

Reggio è sempre stata una città ad alta densità di follia. Alcuni sostengono che il sisma del 1908 abbia sprigionato dei gas dannosi, che hanno inciso in modo deleterio (e permanente) sulle qualità intellettuali dei reggini. Altri che le combinazioni genetiche, imbastardite da secoli di mescolamenti di sangue, unite ad una dieta fino a qualche decennio fa piuttosto magra, abbiano favorito lo sviluppo di questa necrosi del pensiero. Fatto è che i pazzi e gli stolti in città sono sempre stati abbondanti, guardati con occhio allegro dal resto dei cittadini, anch’essi immersi nelle loro stranezze quotidiane senza accorgersene.

Come non ricordarsi dei grandi matti che circolavano (e circolano ancora) per le vie del centro, quasi fossero delle attrattive turistiche o dei passatempi per monelli? C’era quella che voleva dieci lire, e in cambio ti faceva vedere la lingua; quello che sapeva tutti gli orari dei treni, in partenza e in arrivo, e passava il tempo salutandoli dalle panchine della via Marina; uno è da una vita che cerca l’ipotenusa delle piazze, l’altro è il figlio nascosto di Mick Jagger, c’era lo sbandieratore con l’ombrello al posto della bandiera, quello che aveva una corrispondenza segreta col papa, il ciabattino collaboratore dei servizi segreti, il ciclista erede di Coppi col mantello di batman, il pescatore - medium. Una ricchezza fantasiosa senza pari, una varietà da far impallidire Barnum, la fonte inesauribile di aneddoti, battute e risate, un po’ crudeli un po’ amare, ma l’umanità in fondo è questa, scorretta e cattiva, egoista e insicura.

I matti e gli stolti abbondano e fanno colore: c’era quello che impennava con la moto ape, faceva mezza via Marina sulle due ruote di dietro e pensava di essere Giacomo Agostini; ce n’era uno che saliva sugli alberi della Villa Comunale, prendeva posto sui rami e leggeva il giornale con l’aplomb di un lord inglese; c’era la signorina dagli occhi azzurri che passava di negozio in negozio- senza mai comprare nulla, è ovvio – facendo ammattire i poveri commessi e concludendo le visite con “ci devo pensare”. C’era il calciatore fallito, cento chili dopo la sua gioventù da bomber, che odiava le donne perché la carriera non era decollata per colpa loro. C’era quello che pensava di essere San Francesco, l’altro convinto di avere la vista a raggi X, c’è chi cambia identità ogni giorno, chi non si lava da anni, chi compra riviste porno solo per strapparle furiosamente poco distante dall’edicola; c’è chi ha in tasca una lettera del ministero dell’Interno che lo autorizza a controllare la situazione, c’è il batterista jazz che ulula alla luna, l’ex tossico convertito che ferma la gente per strada parlandogli di Dio.

Adesso è nata una nuova progenie di disadattati e labili di mente: sono i reggini che votano Lega Nord. Non si capisce bene se siano devoti del barone Von Masoch o se abbiano altre misteriose e sconosciute difficoltà. Inneggiano, da perfetti terroni che sono, ad un partito che ha come slogan “prima il Nord”, si mettono la camicia verde, se abitano a Condera nutrono un certo sentimento di superiorità rispetto agli sbarroti, meridionali rispetto a loro, se stanno a Sbarre detestano quelli del rione ferrovieri che stanno più sotto, se risiedono a Tremulini discriminano quelli Santa Caterina. Insomma, hanno bisogno di comprensione affettuosa. Non vanno sfottuti semmai aiutati. La perdita d’identità può essere foriera di dolore spaventoso, non lo dimentichiamo.

C’era quello che aveva scambiato la moglie per un cappello; ci sono altri che scambiano la politica per un balletto, una quadriglia senza conseguenze, una sparo a salve contro la Luna del potere: il risultato è una deriva lunga del pensiero, una perdita- che può sembrare umiliante, ma solo per chi conserva il lume della ragione – della consapevolezza, un naufragio nel buio dell’assenza.

Aiutiamoli a soffrire di meno. Perché un calabrese che vota Lega Nord non può razionalmente esistere; e se c’è, è sicuramente affetto da qualche patologia, si chiami essa smania di potere, solitudine estrema o chissà che.