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IL RACCONTO. Strati un anno dopo: Il professor Saverio

IL RACCONTO. Strati un anno dopo: Il professor Saverio

saverio-strati     di GIUSY STAROPOLI CALAFATI -

Quell'aprile, era già passato un anno. Un lungo anno. Uno esatto dalla morte del professore.

Ma il nove di quel mese, sembrava essere una data come tante. Calendarizzata per inerzia assieme alle altre.

Sembrava non importare a nessuno di quel lutto che un anno prima, aveva deposto il professore, con i piedi innanzi, in una Firenze lontana e bellissima. O forse nessuno si era accorto mai della sua morte.

- Certo! - disse Cicca. - Chi non si accorge della vita di certi uomini, non potrà accorgersi della loro morte, mai. - E aveva ragione.

Seppure con una testa contadina, Cicca aveva ragione. E mi venne da chiedermi: che cos'è la cultura? A chi appartiene la cultura? E di questo o d'altri mondi la cultura?

E ricordando in un'ariata d'appartenenza il professore, giunsi a dir che la cultura appartiene alla terra. Di che mondo e mondo, tutta alla terra. A quella mite che per dirla con la nostranità del cuore, quando giorno di Galilea se ne sta con la famiglia in mano, resta il solo pezzo di Sud che preferisco.

A quella stessa terra della quale il caro Saverio aveva fatto lenti per leggere il mondo. E ne aveva scritte di pagine lui, trattando la tenerezza e la durezza della terra. Quella più secca e arida. Quella più sola. La più disperata, spigolosa. La meno illustre e tutta romantica fin dentro il suo nome. La terra del Sud.

Quell'anno di morte, era valso tanto quanto i suoi novanta di vita. Tutto e nulla. Nulla e...

Tempi di rinuncia e fame. Tempi fatti di anni a somme dispari e pari, trascorsi nella solitudine chiassosa dei pensieri ritrosi, delle parole schive, alternati, come fossero canti di cicale, a silenzi immani, immensi e grevi. Rumori muti, di pagine riaperte e copertine smisuratamente grandi, rinvenute in alcune memorie sì e in altre no.

Cicca, aveva conosciuto il professore. Da lui aveva imparato che cos'è una Teda. Avevano percorso assieme la via di Africo. A Campusa, aveva visto risorgere l'anima delle case dei poveri cristi, cadute giù per terra nella sibilante tempesta d'acqua del '51, nella bocca calabrese del professore. A Sant' Agata invece, quando tutti lo credevano altrove, il vecchio Saverio c'era. E solo Cicca lo sapeva. E quando v'era, gli scandagliava la memoria. E imparava Cicca. A conoscere il paese, il Sud, se stessa. Imparava a conoscerlo, Saverio.

- Aveva paura, il professore. Paura di non riconoscere il paese. Timore assai, di non essere riconosciuto- mi disse Cicca, nella confidenza che tra di noi si stabiliva.

- Ma come può un uomo così non essere riconosciuto, eh Cicca? -.

- Può Michele. Un uomo così, può non essere riconosciuto. Quando un uomo così viene nominato codardo, quando un uomo così viene definito 'mpamu, può. Fidati che può. Può non essere riconosciuto. -

Cicca mi fece venire la pelle d'oca. Parlava come se il professore fosse dentro di lei. Le vivesse dentro le carni. Nel ticchettio del cuore.

- Non è onesto - continuando, con gli occhi tanto lucidi e cupi - non è onesto dimenticarsi di certi uomini né vivi né morti- disse.

- Saverio Strati è impossibile, dannoso dimenticarlo. Ha scritto la storia del Sud denunciando lo stato crocifisso in cui questo è sepolto vivo. Ha parlato degli ultimi condannando i primi. Ha raccontato di uomini e non di numeri. Ha avuto coraggio, il professore. E il Sud non ha coraggio, Michele.

Se un giorno dovesse mancarci la terra sotto i piedi, che faremo? Che faremo, eh Michele? -.

- Non lo so che faremo. Dimmelo tu, Cicca. Che faremo? -.

- Moriremo! Ecco che faremo. Moriremo scoraggiati. Con basti carichi d'ignoranza moriremo, Michele. Moriremo senza neppure sapere se siamo mai appartenuti a una pagina di storia. -

- Quale storia, Cicca? Quale storia? -.

- La storia che il professore Saverio ha scritto e noi non abbiamo letto. La storia del Sud, Michele. La stessa del professore, quella del contadino letterato, del muratore della scuola. Il racconto dell'uomo calabrese, il professore di Cicca. Sì, il mio professore. Il mio professore, capisci Michele?

E nel giorno della morte, quel giorno, nessuno oserà accenderci neppure una teda. Niente luci quaggiù. E sarà dannata l'anima di chi non ha imparato. Imparato dai libri. Dai suoi libri.

- Cicca, tornerà in paese il professore, prima o poi? -.

- Michele, tu lo sai che dopo la morte non torna mai nessuno? -.

- Già!, hai ragione Cicca. Dopo la morte non torna mai nessuno. -

- Ti sarebbe piaciuto conoscere il professore Saverio, Michele? -

- Sì Cicca. Mi sarebbe piaciuto. -

Cicca mi prese per mano e correndo, mi portò fino a Piazza Libertà. Addossate alla ruga grande, ci stavano casette basse a fila. Infilando la chiave nella serratura della porta di quella più giallognola: - accomodati - mi disse, ed entrammo. Il sole faceva luce ovunque.

Indicandomi con la mano tutti i libri risposti in maniera composta nella libreria addossata alla parete destra della casa, aggiunse: - ecco il professore, Michele! -.

Mi guardai attorno stupito. In paese non v'erano tanti uomini, per quanti libri mi trovai innanzi.

Ogni libro vidi che portava il suo nome: Saverio, Saverio Strati, Strati Saverio, o Strati soltanto.

Cicca accarezzava le copertine come fossero visi di bambini.

- Allora Michele, che te ne pare? -.

Gli occhi di Cicca brillavano.

Aspettava che dicessi qualcosa.

- Allora? Cosa vedi Michele? -.

Me lo chiesi anch'io. - Che vedo? -.

Cicca sfilò dallo scaffale un libro a caso. Con voce potente, lesse l’ultimo tratto: [...]In un minuto la casa fu piena di vicini. In poco si diffuse la notizia della morte di Rocco e della pubblicazione dei suoi libri.[...]

A parlar del professore si commuoveva la contadina, che prese a rassettarsi le trecce nere. Era come una regina della terra quella Cicca di Terrarossa.

Non resistetti. Passai un dito su quelle copertine anch'io. E nel mentre che un bacio di Cicca finì per raggiungermi la bocca, finché ero ancora in tempo, affinché non fosse troppo tardi: - Chapeau Saverio! -.

Poetessa e scrittrice