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LA PAROLA e LA STORIA. L’acqua

LA PAROLA e LA STORIA. L’acqua

La tempesta di Giorgionedi GIUSEPPE TRIPODI -

Acqua, croce e delizia dei calabresi di una volta astretti tra penurie e alluvioni. L’acqua alimentare proveniva per lo più da fonti disperse nel territorio e refluiva in vasche per abbeverare gli animali, le gebbie (etimo a me sconosciuto), che i ragazzi usavano come piscine durante l’estate facendo incazzare gli allevatori perché le bestie non bevevano l’acqua trùbula (dal francese troubler, calabrese ntrubuliari, non ti ntrubuliari a pisciazza! Detto per scherno a chi si agita per un nonnulla). L’acqua d’a gebbia non era potabile ma si narra di un padrone di vigna che agli zappatori richiedenti vino aveva risposto: “Vinu? Acqua d’a gebbia pe vui!”

  

Il deflusso delle gebbie in genere veniva utilizzato per coltivare ortaggi.

Tra le diverse fonti i calabresi preferivano quelle di roccia perché da esse sgorgavano acque meno “pesanti” di quelle provenienti da sorgive basse o dai pozzi. Acqua di rocca e nicchiu di zoppa è un detto che associa, per ragioni sconosciute ma forse soltanto per rima, la bontà idrica montana a quella della vulva di donna claudicante.

 

Naturalmente in mancanza di acqua pura ogni mal’acqua caccia siti, quindi anche quella di gebbia o di pozzo; buona e salubre risulta l’acqua di fiumara perché acqua correnti non fa mali a la ventri.

 

O acqua o pagghia! è modo di dire esopico e beneaugurante per chi si trova in caduta libera; sarebbe stata l’esclamazione della volpe (nemica per antonomasia della cultura contadina perché rapinatrice di galline e di agnelli) che, invidiosa dell’aquila che vedeva più lontano di lei nella ricerca delle prede, si era fatta portare in cielo dal rapace che poi, per evitarne la concorrenza, l’aveva fatta precipitare.

 

Acqua di l’orra, letteralmente significa acqua degli orli. Si dice che va cercando acqua di l’orra colui che, invece di badare alla sostanza delle cose, si mette a girare intorno a un problema perdendosi in sofismi da quattro soldi. Si dice anche di chi, dopo essersi cacciato nei guai, indugia a cercare soluzioni impossibili; e infatti, in un recipiente come in un lago, l’acqua che è agli orli è, grosso modo, identica a quella che si trova al centro o in un altro posto e, quindi, chi dimostra di preferire o di cercare l’acqua degli orli non è che un perditempo.

 

Acqua è anche quella piovana che varia dalla pioggerellina appena accennata, in Calabria ssigàla (dall’avverbio greco sigà, lentamente), al refulùni (refulàta, refuliari, dall’italiano rèfolo) che indica un ciclone improvviso, un movimento vorticoso di pioggia e vento (non si può escludere un legame con l’inglese rifle, fucile a ripetizione, che in calabrese viene chiamato rèfulu, per l’evidente assonanza semantica tra l’esplosione delle fucilate e quella della tempesta).

Esisteva anche l’acqua a nzuppaviddhànu (a inzuppa villano, perché i contadini spesso lavoravano anche con il maltempo e senza proteggersi molto) che è la pioggia lenta e continua amata dagli agricoltori perché inzuppa il terreno e non fa danni nel deflusso.

 

Un mio vecchio amico, in gioventù molto attento alle lotte dei braccianti in Sicilia, mi raccontava di come u nzuppaviddhanu influisse sulla vita dei braccianti isolani: se una giornata di lavoro veniva persa per cause atmosferiche, per una sorta di convenzione che veniva fissata nelle trattative del mercato di piazza, ma mai registrata in alcun contratto, l’inconveniente era a carico del padrone se la causa era la pioggia mentre era a carico del lavoratore in caso di nzuppaviddhanu; con inevitabili controversie che, assenza di pluviometri adeguatamente tarati, venivano risolti a partire dai rapporti di forza in campo.

 

Naturalmente perché sia benefica la pioggia deve calare al tempo giusto perché, in caso contrario, è foriera di danni anziché di benefici: acqua d’aprìli lu viddhanu ridi, acqua di maju ricchisci ‘u massaru (perché cresce l’erba e le pecore fanno molto latte) , acqua di giugno focu pe tuttu lu mundu! (perché in quel mese danneggia sia il raccolto del grano, gettando a terra le spighe non ancora pienamente mature e facendole marcire, che quello degli ulivi perché in quel periodo sono in piena legagione e se marciscono i fiori non si formerà adeguatamente il frutto), acqua d’agustu meli castagni e mustu.

 

In alcuni mesi la maggiore e minore pioggia si rifletteva solo sull’entità positiva del raccolto: ad esempio gennaru siccu massaru riccu / gennaru chinu massaru signurinu, ove signurinu sta ovviamente per padrone e non per persona ancora vergine.

 

Quando una giornata interamente piovosa presenta un’improvvisa schiarita si usa il verbo scampari ( ndavi na settimana chi chiovi e ora scampàu, dopo una settimana di pioggia ha smesso, facìmu finta chi chioppi e scampau/ e cussì l’amuri nostru si finìu, facciamo finta che ha piovuto e poi c’è stata schiarita e che, nello stesso lasso di tempo, anche il nostro amore si è consumato).

 

Non esiste e non è comunque usato, in italiano, il verbo scampare nel significato di smettere di piovere.

 

Il significato calabrese deriva dal castigliano Escampar, spiovere, Escampada “espacio corto de tiempo en que deja de llover un dia lluvioso” ( piccolo intervallo di tempo in cui smette di piovere nel corso di una giornata piovosa).

 

Esiste in lingua spagnola anche il detto Ya escampa! Ahora llovìan gujarros! Che possiamo rendere con: Si ha smesso di piovere! Adesso pioveranno pietre di fiumara!, che sta a significare una situazione che, nel momento in cui sembra migliorare, improvvisamente peggiora; oppure è il lamento del pessimista che teme disastri ad ogni cambiamento.

 

Foto, La tempesta di Giorgione 1502-1503. Data incerta.