Direttore: Aldo Varano    

LA STORIA. La lingua, il dialetto, i giovani

LA STORIA. La lingua, il dialetto, i giovani

SMS style   MARIA CALABRÒ -

Quando entrava lei in aula, calava improvvisamente il silenzio e tutti rimanevano in attesa di una delle sue lezioni speciali. Aveva un modo di insegnare fuori da ogni schema e la sua materia, senza nome, non conteneva programmi prestabiliti. La donna, moderna ed elegante nel suo tailleur scuro, era solita scorrere con lo sguardo attento tutta la classe e sorridere di cuore ad ognuno di quegli adolescenti inquieti dell'era moderna.

Quel giorno, entrò in classe decisa e piazzandosi davanti alla cattedra chiese di alzare la mano a tutti coloro che erano soliti scrivere certe parole utilizzandola “k” invece che la “c” e li esortò a non barare. Dopo un attimo di confusione generale, ci fu un'alzata di mani all'unisono.

Adesso, quanti di voi sanno cosa vuol dire "mi 'ncrisciu" alzino la mano - esortò con tono risoluto la strana insegnante - e lo facciano anche coloro che sanno cosa è un "bizzolo" - continuò. Silenzio assoluto e mani abbassate furono l'immediata risposta. Non sembrò sorpresa e prendendo posto dietro quella vecchia cattedra, diede inizio ad una di quelle sue fantastiche lezioni non previste da alcun programma scolastico. Guardava divertita i suoi giovani alunni calabresi, che aspettavano con i volti curiosi e attenti, di capire di cosa avrebbero discusso.

Molti di voi, pensano erroneamente, che il dialetto è una roba di cui vergognarsi - esclamò - qualcosa di cui si può fare a meno. Molti di voi non sanno che è più vergognoso usare la k in tutto ciò che si scrive e che non è certo così che ci si mostra interessanti ed alla moda. Vi è stato impropriamente inculcato dai vostri genitori che il dialetto non va usato - continuò, tenendo alta l'attenzione della classe - ma questi stessi genitori non si sono mai preoccupati di dirvi che il corretto italiano non prevede sciocche "abbreviazioni" di sorta e non prevede che il linguaggio, scritto e parlato, venga stravolto da stupide mode dilaganti.

Poi si alzò, si diresse verso la lavagna e chiese a Francesco, seduto al primo banco, di cronometrare il tempo che lei stessa avrebbe impiegato per scrivere una parola e subito dopo il tempo impiegato per un'altra parola. Prese il gesso e scrisse, prima ANCHE e poi ANKE. Poi si voltò di scatto e chiese se nel tempo impiegato a scrivere la stessa parola, prima in un modo e poi in un altro, ci fosse una concreta differenza. Nessuno rispose. Francesco arrossì nel comprendere la provocazione.

Ragazzi miei - ammonì - ma davvero pensate di risparmiar qualcosa dicendo e scrivendo amo invece che amore, raga invece che ragazzi, frate invece che fratello? Ma cosa bisogna risparmiare poi, lo saprà solo chi ha lanciato queste stupide mode. La moda del mio tempo - prese a raccontare - era il "bizzolo" così chiamato dalle nostre nonne, che nel lasciarci uscire a giocare ci intimavano "e non ti moviri ru' bizzolu! " Un gradino sull'uscio di casa, dove ci si riuniva dopo i compiti negli anni settanta e si coltivavano amicizie destinate a durare nel tempo. Il dialetto, ragazzi miei, ci conserva nel tempo. Dobbiamo conoscere ed esprimerci bene in italiano, ma il nostro meraviglioso dialetto dobbiamo trattarlo come una ricchezza da custodire gelosamente e con orgoglio calabrese. Il bizzolo, ancora oggi, mi parla di mia nonna e la rivedo, affacciata che mi urla di non salire tardi - continua pacata la professoressa, ma il suo tono tradisce emozione. Voi siete calabresi, ragazzi. Siete un popolo con una storia, con una identità e con un dialetto, che non può e non deve morire, con radici in tempi antichi, tempi di colonizzazioni, dominazioni ed incursioni di popoli diversi, tra cui arabi, greci e romani. Pensate che meraviglia, pensate da chi provenite e chiedete ai vostri nonni finché li avete accanto, di spiegarvi questa straordinaria lingua. Dite alle vostre mamme, che essere educati, colti, raffinati, prescinde dalla conoscenza del dialetto. Sarebbe meglio un termine dialettale in più ed una k in meno.

Sorride adesso, toglie gli occhiali e avvolge tutti con uno sguardo. Oggi - conclude - quando siete comandati a fare qualcosa e non ne avete voglia, bofonchiate un "che palle" laconico e odioso. Mi 'ncrisciu, ragazzi. Un pittoresco mi 'ncrisciu è molto meglio, credetemi.

L'insegnante senza programmi ed la materia senza nome, sono ovviamente frutto di fervida immaginazione calabrese. Il resto però è pura e semplice verità.