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LA PAROLA la STORIA. Disìu (in gravidanza)

LA PAROLA la STORIA. Disìu (in gravidanza)

desìu   di GIUSEPPE TRIPODI -

 disìu, desiderio, dal tardo-latino desidium che, a sua volta, veniva da de-siderium ( dove sidus-sideris sta per stella, astro, destino) che per G. Semerano (Dizionario della lingua latina e di voci moderne, Firenze, Olschki, 1994-2002, sub sidus-sideris) significa letteralmente ‘ansia per il destino che non sia ha’.

Da desidium derivano sia il castigliano deseo (desiderio) che la parola calabrese disìu - voglia della donna in cinta, anche detto ssilu o spilu (dal greco thélō, voglio nel senso di bramo, cerco con ardore, agogno, che fa da radice anche a zelo e gelosia, su cui si è esercitato a lungo Roland Barthes in Frammenti di un discorso amoroso, sub voce).

Anche il catalano desig ( da desitjar) ha un significato analogo al calabrese: taca en la pell, atribuida a un caprici no satisfet de la mare durant l’embaràs (segno sulla pelle attribuito a un capriccio non soddisfatto della madre durante la gravidanza) (Pal-las, Diccionari català illustrat, Barcelona, sd, sub voce).

Disìu dunque indica una patologia della pelle che la credenza popolare attribuiva alla mancata soddisfazione delle voglie materne nel periodo della gestazione; “Se si vede sulla pelle un neo oscuro con peluria, la gente scorge in esso una voglia di carne di maiale; un punto rosso avente forma di lampone significa desiderio di fragole; una macchia viola testimonia la voglia di vino nero; un neo interrotto da piccole zone chiare rivela una voglia d’uva; in un neo allungato di color rosa si vede il desiderio di prosciutto; di latte se la macchia è bianca, una traccia verde sulla lingua indica la voglia di fagiolini; il labro leporino infine quella di carne di lepre” (Raffaele Corso, La vita sessuale, p. 45).

La voglia spuntava nel posto del corpo dove la mamma si toccava al momento dell’insorgenza del desiderio; da qui la raccomandazione alle mamme in cinta di toccarsi nelle parti basse (tòccati a parti mbàscia), il culo in particolare, perché in quel posto il disìu, non essendo in uso il tanga da mare, sarebbe stato difficilmente visibile in quanto coperto quasi sempre dai vestiti.

La raccomandazione risale molto lontano nel tempo, addirittura al medico arabo Avicenna che così giustificava la formazione delle voglie: “Mentre la donna desidera ardentemente alcuna cosa, sempre rivolge al pensiero l’immagine desiderata: per lo che viene a formarsi negli spiriti animali una idea di quella; i quali spiriti poi mescolandosi col sangue, imprimono in lui detta immagine. E perché questo sangue è destinato dalla natura a nutrire il corpo, mentre la donna tocca con la sua mano una parte del suo corpo, tira quel sangue così segnato per particolare nutrimento della parte toccata, e quello, venendovi segnato dall’immagine della cosa desiderata, la imprime anco nella parte nutrita” ( in Raffaele Corso, ibidem).

Naturalmente le tacche sulla pelle nascenti da desideri insoddisfatti si evitano sia mettendo a disposizione delle donne incinte le cose desiderate e sia tenendole lontano dalle cose desiderabili, strane o difficilmente disponibili.

L’espressione Tòccati a parti mbàscie! valeva pure per i maschi che, senza essere gravidi, smaniavano e non sapevano controllare le loro voglie per qualche cibo o cosa esotica, spesso definite con disprezzo ssili di gaddu prenu, cioè voglie di gallo gravido; se si considera che neanche la gallina è possibile che sia ingravidata allora si capisce quanto apparissero inammissibili tali desideri.

Ma sui disìi seguiamo la brillante esercitazione di un intellettuale accademico: “Le donne… le quali, verso la mezzanotte, venivano… regolarmente colte dalla <voglia> di fragole, o di patate fritte, e se non se la <cavavano> subito il nascituro rischiava di restare eternamente marcato da una guancia rossastra o da un naso torto e giallognolo … Le voglie sono infatti soggetti del tutto storicizzabili, dipendono dalle mode e dai flussi commerciali. Per fare un esempio, il Settecento vantò un improvviso fiorire di voglie (spesso insoddisfatte) di caffè e di cioccolata. Che questo possa spiegare l’abbondanza dei nei che caratterizzò quel secolo?… Se la voglia insoddisfatta si trasforma automaticamente in una marca o malformazione del corpo del nascituro, si capisce bene perché le voglie bisogna <cavarsele> come si fa con un dente o con una parte del corpo che duole. Le voglie sono (metaforicamente) parti del corpo, sono membra malate, malformate, che occorre in qualche modo scacciare ingerendo gli equivalenti alimentari delle medesime”(Maurizio Bettini, I classici nell’età dell’indiscrezione, Torino, Einaudi, 1995, pp. 45-52).